Centocelle. Sfasci, “la delocalizzazione è un fatto, lasciateci andare”

da sx Giulio Trovato, Mario Di Nunzio e Umberto MinnucciL’associazione Arder chiarisce la posizione dei propri iscritti sull’eterna querelle che coinvolge il settore.

Se Penelope avesse ordito una trama così fitta e ingarbugliata come quella che avvolge la questione degli autodemolitori e rottamatori romani, la sua tela non si sarebbe mai sciolta.

Una querelle che si trascina da quasi vent’anni a colpi di accordi di programma, rinvii e incomprensioni.

“Noi vogliamo andare via” assicura l’associazioneArder che riunisce quasi la metà dei rottamatori e degli autodemolitori. Mario Di Nunzio, presidente, e gli associati Giulio Gabriele Trovato e  Umberto Minnucci, hanno voluto chiarire la posizione della categoria rispetto ad una delocalizzazione che pare osteggiata più dall’immobilismo delle istituzioni che non dalla volontà della categoria pronta, dicono, al trasferimento in zone più consone alle loro attività.

Nonostante si configurino come di pubblica utilità, nel prg non sarebbero previste aree adeguate”forse perché credono che diano fastidio, ma operando in ambiente confinato non c’è nulla di inquinante, almeno, né più né meno delle macchine circolanti” spiega Di Nunzio.

Con l’accordo di programma del 1997, al quale aderirono anche la Regione ed il Prefetto, il Comune si impegnò a trovare le aree su cui delocalizzare tutte le aziende esistenti nel tessuto urbano. A garanzia della buona volontà delle ditte vennero richieste due fideiussioni, come ci raccontano i rappresentanti Arder: una per assicurare la bonifica dei siti originari una volta trasferite le aziende; l’altra relativa all’obbligo di delocalizzazione. Le polizze, rinnovate annualmente, sarebberotutt’ora attive.

“La complessità della situazione degli autodemolitori e dei rottamatori parte da una serie di inadempienze del Comune” argomenta Di Nunzio riferendosi alle aree individuate dal Comune su porzioni di terreno non nelle proprie disponibilità. In uno dei casi riportati dall’associazione, il proprietario del terreno avrebbe chiamato le forze dell’ordine per accogliere le ditte e il tecnico del Comune andati per prendere possesso dell’area a seguito della presentazione e approvazione di progetti esecutivi di urbanizzazione. Su quell’area, peraltro, sarebbero stati acquisiti, da parte del Comune, fondi regionali.

La delocalizzazione è accettata come un dato di fatto ed è vissuta dagli operatori del settore come l’unica condizione per proseguire l’attività: “Noi ci stiamo adoperando, abbiamo ottemperato a tutto quello che ci hanno chiesto, stiamo rispettando ancora oggi le polizze fideiussorie a fronte di aree che non esistono più” dice Umberto Minnucci a conferma.

L’impossibilità di investire in tecnologia e innovazione, l’inammissibilità di interventi edilizi nella maggior parte dei casi a causa di vincoli archeologici, costituiscono dei grandi limiti. E i costi non mancano: “Noi sosteniamo tutte le spese che derivano dai contratti di smaltimento rifiuti” ossia dello smaltimento di vetri, gomme e tutti i derivati dallo smantellamento delle auto, spiega Trovato, e “abbiamo fatto esplicita richiesta di contratto d’affitto”.

Oggi “le ditte cercano di mettersi  nelle condizioni migliori possibili per non rovinare le loro attività” dice Di Nunzio chiarendo che vorrebbero continuare a lavorare in luoghi economicamente adatti. L’ipotesi di Osteria Nuova non sarebbe percorribile poiché le perdite di quote di mercato e le difficoltà logistiche porterebbero alla chiusura di molte attività. Nel V Municipio, inoltre, si è venuto a creare un indotto importante che sparirebbe se la delocalizzazione portasse le ditte troppo lontano con pesanti ricadute sul tessuto occupazionale.

Oggi la spada di Damocle è rappresentata dalla prossima scadenza delle autorizzazioni provvisorie: “Ci sarà sicuramente un atto che verrà o da parte dell’amministrazione pubblica o da parte della magistratura perché è evidente che ci sono delle grosse responsabilità del Comune rispetto alle aziende”. In attesa di un soggetto che abbia le competenze per prendere una decisione, insomma, si troverà il modo di preservare la continuità delle attività ferma restando la necessità della delocalizzazione e della regolamentazione del settore.

Una stima della Regione datata 1999 aveva calcolato che ogni anno gli autodemolitori ed i rottama tori romani riuscivano a smaltire qualcosa come 58 tonnellate di rifiuti speciali all’anno e a radiare 145mila veicoli da rottamare. Senza la loro attività tutte quellecarcasse che fine farebbero?

Intanto si vocifera di risorse regionali a fondo perduto,  inerente il bando “Call to proposal”,che potrebbero aiutare il settore ad innovarsi, ma non a  spostarsi. Emanuela Martelluzzi

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