L’accoglienza diventi progetto educativo. Con delle regole chiare» 

Dopo le polemiche per le denunce a Cosio interviene don Diego Fognini, della Centralina. «Non basta parcheggiare i migranti a tirare sera…»

Richiedenti asilo ospitati in Bassa Valle in strutture di accoglienza, bisogna uscire dalla cultura del “parcheggio” e «dell’ammassamento di persone in edifici-contenitori» e fornire affiancamento adeguato, professionale a chi si trova qui dopo «avere attraversato il mare con i barconi». Anche per evitare che gli «sforzi di accoglienza possano non avere buon esito». Continua il dibattito sul ruolo degli operatori che mettono a disposizione, nei propri centri, spazi, posti letto, coinvolgendosi sui piani di risposta alla emergenza migranti disposti dalle prefetture.
Mentre a Morbegno e a Cosio Valtellino non si stemperano le polemiche sui «presunti profughi» e su alcuni «giovani africani» dediti allo spaccio, con interrogazioni parlamentari, prese di posizione di eminenti politici, c’è chi opera per attenuare i conflitti sociali.
A richiamare l’attenzione di stampa e addetti ai lavori è ancora l’esperienza di integrazione portata avanti nella Centralina di Cermeledo, comunità residenziale guidata da don Diego Fognini, lì si stanno sviluppando «progetti di inserimento lavorativo» rivolti a ragazzi nordafricani, si creano cooperative e scuole di mestieri.
La Centralina accoglie persone senza casa, giovani con diversi problemi di fragilità, l’associazione ha creato una cooperativa che si occupa di servizi in più settori, hanno già 17 collaboratori e dipendenti, gestiscono un asilo nido e adesso avrebbero intenzione di inserire in organico part time anche due giovani nordafricani. Uno andrebbe a svolgere mansioni di carattere agricolo, uno verrebbe indirizzato su compiti di cucina.
«I due ragazzi sono a Cermeledo ormai da due anni – spiega il don – se fosse per noi sarebbero già assunti, ma utilizziamo strumenti di sostegno alla occupazione come la “dote lavoro” e la burocrazia ha tempi diversi, non sempre aiuta». Centralina che con la sua emanazione operativa, la cooperativa sociale “Si può fare”, chiarisce quale sia la prassi operativa nei confronti dei giovani migranti e rifugiati.
«Noi con i ragazzi che arrivano con i barconi – spiega il sacerdote – ci lavoriamo, affrontiamo il fenomeno come facciamo con altre situazioni che hanno aspetti di emergenza. Alla Centralina – chiarisce – attualmente abbiamo 15 di questi ospiti, con loro operano sei nostri educatori. Il rapporto numerico – spiega anche – tra personale e ospiti è praticamente di uno a due, ogni due ragazzi che accogliamo al nostro interno, nella comunità, abbiamo un nostro inserviente che si affianca a loro, entra in relazione, svolge funzioni di mediatore sociale. Li inseriamo in progetti educativi, facciamo capire loro, che qui da noi ci sono cose che si fanno, cose che non si possono fare».
Don Diego sul discorso “migranti e droga” ha idee chiare.
«È chiaro – spiega – che avendo un insediamento di 80, 90 persone impegnate e occupate pochissimo nell’arco della giornata, qualcuno che delinque alla fine ci può essere. Se l’accoglienza di questi giovani non diventa un progetto educativo e l’obiettivo è alla fine solo tenerli parcheggiati a tirare sera ogni gestione di gruppi – aggiunge – diventa un problema non facile da affrontare. E i soldi fan gola a tutti, anche i soldi illeciti. Più che fare grandi numeri – spiega il prete di strada, docente e operatore antidroga – bisogna sapere cosa proporre, i messaggi devono essere chiari, positivi, la responsabilizzazione deve essere un obiettivo sostanziale e la regola chiara, compresi i no che devono essere dati subito, come per i ragazzi. Chi la regola non la vuole accettare si mette da solo fuori dal gruppo e viene allontanato».

 
 

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