Category: CEVO: argomenti vari


 

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Tra i partecipanti alle Olimpiadi 50&più svoltasi nella località di Marina di Pisticci in provincia di Matera classificandosi al 18^ posto sono intervenuti i nostri: MARISA BONESI E REMO MARTINOLI ed un nutrito numero di valtellinesi

 

Olimpiadi 50&più, ottimi risultati per i nonni valtellinesi
Sport, relax e convivialità si sono confermati gli ingredienti di successo delle Olimpiadi 50&Più, evento nazionale itinerante che quest’anno ha fatto tappa in Basilicata. L’atteso appuntamento, alla sua 23a edizione, ha avuto luogo nella località di Marina di Pisticci in provincia di Matera, dal 9 al 19 settembre. I ‘veterani’ 50&Più provenienti da tutta Italia si sono cimentati nelle diverse discipline sportive previste dalle Olimpiadi: nuoto, maratona, marcia, tiro con l’arco ecc.. I concorrenti hanno gareggiato suddivisi in categorie e per classi d’età.

La rappresentanza valtellinese si è nuovamente distinta per sportività e voglia di divertirsi. Per la provincia di Sondrio i partecipanti sono stati in tutto 14: Silvana Bassi, Marisa Bonesi, Andrea Chistolini, Anna Maria Cometti, Andreina Corvi, Gianni De Stefani, Alba Dei Cas, Remo Martinoli, Giovanni Morelli, Italo Patriarca, Gina Pedretti, Dino Succetti, Elsa Vanotti e Santina Vanotti.

I nostri sportivi hanno ottenuto il 18° posto assoluto sul totale delle 39 province partecipanti e 2 medaglie. Queste ultime sono state vinte da Elsa Vanotti e Andreina Corvi, che si sono aggiudicate rispettivamente la medaglia d’argento e la medaglia di bronzo nella maratona. Vanotti e Corvi si sono entrambe messe in evidenza anche per un buon piazzamento nella marcia.

Tra gli atleti valtellinesi che si sono maggiormente distinti, anche Remo Martinoli che ha messo a segno il 4° posto sia nella marcia sia nella maratona. Anche gli altri olimpionici della nostra provincia che non hanno ottenuto medaglie hanno comunque contribuito al conseguimento del 18° posto nella graduatoria generale.

Intanto, nel pomeriggio di martedì 27 settembre, il consiglio della 50&Più della provincia di Sondrio si è riunito nella sede dell’Unione Cts. Tra i prossimi appuntamenti in programma, il presidente della categoria Valentino Zoaldi ha ricordato la gita a Mantova, raccomandando una numerosa partecipazione.L’iniziativa, che avrà luogo l’11 ottobre, è proposta dalla 50&Più di Sondrio congiuntamente alla 50&Più Lecco. Per informazioni e iscrizioni, gli interessati sono invitati a contattare al più presto Remo Martinoli, tel. 340-6769775.


 

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Trofeo Kima 2016: il nepalese Gurung demolisce il record, secondo De Gasperi

Trofeo Kima 2016: il nepalese Gurung demolisce il record, secondo De Gasperi


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Trofeo Kima 2016: il nepalese Gurung demolisce il record, secondo De Gasperi

Si è disputata ieri, domenica 28 agosto,  in Val Masino il celebre Trofeo Kima,  seconda tappa del circuito Skyrunning Extreme Series 2016 che comprende le gare più tecniche del panorama mondiale dello skyrunning.

Il sentiero si sviluppa lungo sette passi, tutti sopra i 2500m, 52km da percorrere con ben 8.400m di dislivello totale: insomma numeri da capogiri. Come da programma, alle ore 6.30 i corridori del cielo sono partiti, pronti e carichi per affrontare quella che non è una semplice gara ma la gara per eccellenza.

Fin dai primi metri del tracciato i top-runner si sono posizionati nel gruppo di testa a tirare l’andatura. Dopo i primi 2000m di salita a condurre la gara c’erano i francesi Leo Viret, Alexis Sevennec e l’azzurro della forestale Marco De Gasperi.

Il trio in testa continua a dominare anche al passo del Cameraccio (2900m), ma, colpo di scena negli ultimi chilometri, il nepalese Gurung si avvicina sempre di più e nella discesa finale riesce ad avere la meglio su Marco De Gasperi che giunge secondo con il tempo di 6h12’09”.

Il vincitore dell’edizione 2016 del Trofeo Kima è dunque Bhim Gurung che demolisce il record del tracciato detenuto dal pluricampione Kilian Jornet, concludendo i 52km in 6h10’44”. A completare il podio è il francese Leo Viret seguito dal connazionale Sevennec e dal britannico Tom Owens.

Gara femminile dominata in assoluto dall’atleta del team Salomon Emelie Forsberg che nonostante si sia appena ripresa da un grave infortunio termina la gara in un ottimo tempo di 7h49’06”. Seconda con un ampio distacco è la neozelandese Ruth Croft (8h06’45”) seguita dall’italiana Emanuela Brizio(8h21’42”).

 

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Adda, qualcosa che – forse – non sapevate

 

 

 

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L’Adda (Ada in lingua lombarda, genere femminile) è un fiume dell’Italia settentrionale, il cui corso è interamente compreso nella Regione.

È il più lungo affluente del Po e, con un percorso che si sviluppa per 313 km, è il quarto fiume italiano per lunghezza dopo Po, Adige e Tevere.

Assai antica – e controversa – è l’origine del nome Adda, in latino Addua. Secondo un’etimologia di Cassiodoro (Variae XI, 14), il nome deriverebbe dal latino dua “due” con riferimento all’origine del fiume da due sorgenti anzichè da una sola;  altri studiosi ritengono invece che il nome sia di origine celtica, cioè che derivi dal vocabolo celtico “abda”che vale “acqua che scorre impetuosa”.

Adda come confine. Già sotto il dominio longobardo, tale fiume era confine tra Neustria e Austria. Dalla fine del Trecento alla fine del Settecento divise (a parte temporanee conquiste) il Ducato di Milano dalla Repubblica di Venezia, sino all’occupazione napoleonica. Interessante è il capitolo di intensa poeticità de “I promessi sposi” in cui il Manzoni descrive il tentativo di Renzo di raggiungere Bergamo per fuggire dal Ducato di Milano (nel quale era ricercato) alla Repubblica di Venezia. Attualmente il corso dell’Adda segna approssimativamente il confine linguistico tra i dialetti lombardo-occidentali e lombardo-orientali, mentre nella zona di Trezzo sull’Adda e dintorni il fiume segna il confine esatto tra la Provincia di Milano e quella di Bergamo.

Curiosità: il fiume Adda è il più visto nel mondo, ma anche il meno notato. Sapevate che sullo sfondo della Gioconda, il capolavoro di Leonardo da Vinci, sono rappresentate anse del fiume Adda nel territorio del Ducato di Milano? 

 

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Simpatica poesia scritta da Albino e Marcello indirizzata ad un vecchio uomo di Cevo di nome, in  dialetto ” SANTIN”

                                                    La mia amica montagna

Da bambina, i tuoi prati erano la mia sala giochi. Raccoglievo fiori per adornarmi i capelli ed il collo. Le tue erbe profumate si trasformavano in minestrone per  insegnarmi a diventare mamma. Le tue grotte erano ville confortevoli, nelle quali invitavo le amiche per te.

Da adolescente, raccoglievi le mie confidenze. Quando ero triste mi mandavi uno scoiattolo per compagnia o una vipera per dispetto. passeggiando tra sentieri romantici ed accoglienti, la depressione scappava via,

Da ragazza, correvo nei tuoi boschi coe una capretta per raccogliere fragole, lamponi, mirtilli. Le marmellate rallegravano le merende con le amiche. Le castagne donate dai utoi alberi ci riunivano felici atttorno ad un camino scoppiettante di allegria e gioia.

Da donna, ti confidavo i segreti del primo amore. Le mie risate si confondevano con il rumore della allegra cascata e le mie lacrime con i suoi zampilli e la ruggiata delle tue verdi foglie. Da viecchia, ho finalmente capito che mi hai sempre donato tutto, senza chiedere nulla in cambio e che sei stata, MONTAGNA, la mia unica vera grande amica.

Albertina Bonesi

                                                Autunno

L’autunno, mese a cavallo dell’estate ed un più rigoroso inverno , preannuncia un periodo di intenso vortice di colori che si rispecchiano nelle vallate ed in particola modo nelle montagne. Gli alberi, a seconda della loro specie, iniziano il loro “letargo” trasformando le foglie da un vivido verde ad un opaco colore che distingue la natura della pianta, creando incantevoli e surreali visioni di colori, trasformando la natura in un mondo fiabesco.

Le montagne che sovrastano il terrazzamento di Cevo si dipingono di colori tenui dando un certo senso di solennità ed un perdurare di sensazioni che alimentano mutamenti primordiali

Il mutarsi delle stagioni favorisce una riflessione considerando la natura come una madre feconda a cui attingere per dare una risposta alla nostra vita terrena.

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                                                BUON NATALE 2012

Come ogni anno questo è il periodo degli auguri natalizi.

Periodo in cui tutti indistintamente si sentono animati da buoni propositi,

da buone intenzioni ed eccessivo altruismo.

Il mio augurio è quello di rivolgere  maggiore attenzione al prossimo,

senza distinzioni, in ogni momento della nostra vita

Il nostro atleta Kevin Bonesi (il terzo atleta partendo da sinistra) ancora una volta mostra le sue doti di Karate aggiudicandosi un posto ragguardevole sul podio. In bocca al lupo

CATEGORIA CINTURE BLU
ANNO 1998\1999\2000\2001\2002\2003

1° class: Menesatti Marco (pal.Sondrio)
2° class: Lucchini Erik (pal.Ardenno)
3° class: Bonesi Kevin (pal. Ardenno)
4° class: Pedrola Sofia (pal. Sondrio)
5° classificato: Patriarca Martino (pal.Ardenno)
6° classificato: Castellini Arianna (pal. Sondrio)
7° classificato: Santos Brasil Gabriela (pal. Berbenno)
7° classificato: Ena Alessandro (pal. Morbegno)

                                  Gli “Omèt”

La montagna ha varie sfaccettature; oltre a quelle naturali che sono insite della stessa, sono contornate da segni caratteristici che hanno una loro funzione particolare, indicano punti di riferimento oppure tratti di confine, situati in varie zone della montagna.
Hanno una forma molto particolare; sono costituite da un insieme di sassi messi ad arte, uno sopra l’altro in modo da formare una figura di uomo.

                    Dialettalmente chiamati “ Omèt”

                    Storia dell’ Omèt di Scervis

E’ una storia singolare ed interessante.
Storia di un ragazzo che nei mesi dell’alpeggio, in una località della Bassa Valtellina e precisamente in un monte dal nome un po’ bizzarro “Scervis” che sovrastra il paese di Cevo, nei momenti liberi dal suo faticoso lavoro, ebbe l’idea di effettuare un ambizioso progetto: costruire un Omet.
La criticità del luogo non permetteva la reperibilità del materiale adatto per tale costruzione, quindi l’impresa sembrava alquanto impossibile, grazie all’aiuto incondizionato del compaesano Pedro(Pietro Martinoli) persona ingegnosa ed amante di tali iniziative alpestri, potè effettuare tale impresa. Il tratto di montagna dove solevano alpeggiare non era in grado di fornire materiale adatto, quindi dovettero superare diverse difficoltà alfine di erigere quella costruzione di pietre dirigendosi in luoghi impervi e pieni di pericoli.
Storia inverosimile se non fosse raccontata dall’artefice di questo manufatto.
Monumento non di in ingegneria pura ma di un più alto valore architettonico ed affettivo.
Un grazie a Natale (Pino) Bonesi che ha contribuito con il suo “Omèt” a rendere manificenza alla cultura tradizionale di Cevo

realizzato da Pino Cerasa

Civo è un comune unico nella provincia di Sondrio. Non è costituito, infatti, da un nucleo centrale circondato da frazioni, ma da una costellazione, da un intarsio di centri, certamente non di uguale dimensione ed importanza, anche storica, ma privi di un vero e proprio baricentro.  Tredici campanili, potremmo dire, disseminati su un territorio di straordinaria varietà, suggestione storica e bellezza naturale, sul limite orientale della solare Costiera dei Cech. Partendo dal basso, Santa Croce, Civo, Serone (sede amministrativa), Vallate, Naguarido, Chempo, Caspano, Bedoglio (dal dialettale “bedoia”, betulla), Cadelpicco, Cadelsasso e Regolido, a descrivere un arco ideale da ovest ad est, dai primi rialzi sopra la piana dell’Adda alla splendida conca di Dazio; ma poi, ancora, in posizione eccentrica rispetto a questo arco, verso nord-ovest, Roncaglia e Poira; ed, infine, oltre il limite orientale della Costiera dei Cech, sulla soglia occidentale della Val Masino, Cevo.  Tredici campanili e quattordici centri (Vallate non ha un campanile proprio). Ciascuno con una propria storia da raccontare, illustre o modesta che sia. Disseminati fra vigne, prati, castagneti, come, in antico, si disseminarono quei Franchi che, calati dallo Spluga intorno al 770 per combattere i Longobardi, diedero il nome alla Costiera che costituisce la porta di nord-ovest della Valtellina (anche se qualcuno vuole far derivare Cech da “ciechi”, con riferimento ad una certa resistenza alla conversione al Cristianesimo che le popolazioni di questa zona avrebbero mostrato).  Del resto, il nome stesso, cheprobabilmente deriva da “Clivio”, cioè declivio montano, testimonia che anche in passato questo comune identificava la propria essenza nell’essere ramificato sul versante montuoso che lo ospita.  Agli inizi dell’Ottocento, tanto per rendere l’idea, e precisamente nel 1807, esso risultava costituito da 1412 abitanti complessivi (più di ora: i dati ANCITEL per il 2005 gli attribuiscono 1059 abitanti), ma quel che colpisce è la loro distribuzione nelle diverse frazioni: Roncaglia ne contava 240, Caspano 150, San Carlo 100, San Rocco 100, Santa Croce 100, Cevo 120, Regolido 120, Desco 80, Casa del Sasso 90 e Civo 312.  Facciamo un salto indietro nel tempo: i documenti del secolo XIV (quando Civo era comune del Terziere inferiore della Valtellina, nella squadra di Traona, e rientrava, dal punto di vista religioso, nella Pieve di Ardenno, dalla quale si separò nel 1489) menzionano le contrade di Caspano, Bedolio, Casa del Pico, Casa del Sasso, Roncaglia di Sopra, Roncaglia di Sotto, Tovate, Chempo, Vallate, Nogaredo, Serone, Selva Piana, Acqua Marzia, Cevo. Ecco come viene sintetizzata la sua situazione nel tardo Medio-Evo nell’opera “Le istituzioni storiche del territorio lombardo”, a cura di Roberto Grassi: “Il comune era costituito da abitati sparsi, cioè Caspano e le contrade di Bedolio, Casa del Pico, Casa del Sasso, Roncaglia di Sopra, Roncaglia di Sotto, Tovate, Chempo, Vallate, Nogaredo, Serone, Selva Piana, Acqua Marzia, Cevo (Quadrio 1755). L’abitato più importante era Caspano, i cui abitanti, in epoca tardomedievale, erano organizzati nelle università della nobiltà e della plebe. Dalla fine del XIV secolo, la classe popolare appariva organizzata e difesa nei propri diritti da sindaci e procuratori, eletti fra di essa. L’università dei nobili era composta specialmente dai Paravicini e dai Malacrida, si radunava ogni anno ad epoche fisse sotto un proprio console e teneva il posto primario nei consigli della squadra di Traona, ricoprendo un alto numero di cariche e impieghi civili, militari o benefici ecclesiastici. Il podestà di Traona, che giudicava le cause civili e criminali in appello, trascorreva l’estate a Caspano (Libera 1926)” Dal punto di vista religioso, due erano i poli che si imposero nel territorio dell’attuale Civo, staccandosi dalla dipendenza dalla pieve di Ardenno: Roncaglia, intorno a cui gravitavano Chempo, Naguarido e Serone, e Caspano, con Cevo, Civo e Cataeggio. Non mancarono le tensioni fra i due centri, appianate solo all’inizio del Seicento.  Caspano, in particolare, nel secolo XIV già vedeva la presenza di due classi già ben distinte ed organizzate nella difesa dei propri interessi, nobiltà e plebe. Che vi fosse la plebe, non stupisce; molto interessante è invece la presenza di un significativo nucleo nobiliare, rappresentato dalle famiglie Paravicini e Malacrida, attorno alle quali si raccolsero, poi, altre famiglie nobiliari provenienti dal comasco e dal milanese. Lo stesso podestà di Traona soggiornava a Caspano nel periodo estivo. Il motivo lo possiamo desumere dal diplomatico e uomo d’armi Giovanni Guler von Weineck, governatore per la Lega Grigia della Valtellina nel 1587-88, che, nella sua opera “Raetia” (Zurigo, 1616), così scrive: “Durante la stagione estiva, quando avvampa la canicola, così per questo motivo come per l’aria corrotta che esala dalle paludi e dagli altri miasmatici pantani, i paesi giacenti al basso nella pianura ed in altri luoghi soleggiati cominciano a diventare insalubri. Ma allora la nobiltà e le persone facoltose si trasferiscono quassù in questi luoghi freschi, particolarmente a Caspano, dove l’aria è pura e temperata: ivi poi gentiluomini e gentildonne trascorrono l’estate in svariati onesti passatempi, divertendosi con concerti musicali e con esercizi sportivi sino all’autunno: in cui tornano al piano alle loro ordinarie dimore”: Fra questi gentiluomini va annoverato anche il novelliere Matteo Bandello. Ecco cosa scrive lo storico Enrico Besta: “A Caspano, intorno al 1530 presso i Parravicini, Matteo Bandello trova cibi delicati e vini preziosissimi, tratti dai solatii vigneti di Traona e le grasse sue novelle allietavano la nobiltà locale e i mercanti grigioni e svizzeri, nonché i gentiluomini milanesi e com’aschi che giovavan per la loro salute dei Bagni del Masino” (citato dalla “Guida Turistica della Provincia di Sondrio”, edita dalla Banca Popolare di Sondrio nel 2000). Un piccolo microcosmo rinascimentale, dunque, era quello che trovò la sua cornice nella ridente Caspano, dedito alle piacevoli occupazioni che preservavano il benessere ed il vigore del corpo e tenevan alto l’umore dello spirito.  La felice esposizione climatica di Caspano fu particolarmente apprezzata nel cinquecento, che non fu secolo clemente, almeno nella sua prima metà: la natura si mostrò più volte piuttosto matrigna che madre. Nel 1513 la peste infierì in molti paesi della valle, Bormio, Sondalo, Tiolo, Mazzo, Lovero, Tovo, Tresivio, Piateda, Sondrio, Fusine, Buglio, Sacco, e Morbegno, portandosi via diverse migliaia di vittime. Dal primo agosto 1513 al marzo del 1514, poi, non piovve né nevicò mai, e nel gennaio del 1514 le temperature scesero tanto sotto lo zero che ghiacciò perfino il Mallero. L’eccezionale ondata di gelo, durata 25 giorni, fece morire quasi tutte le viti, tanto che la successiva vendemmia bastò appena a produrre il vino sufficiente ai consumi delle famiglie contadine (ricordiamo che il commercio del vino oltralpe fu l’elemento di maggior forza dell’economia della Valtellina, fino al secolo XIX). Le cose andarono peggio, se possibile, l’anno seguente, perché nell’aprile del 1515 nevicò per diversi giorni e vi fu gran freddo, il che arrecò il colpo di grazia alle già duramente colpite viti della valle. Nel comune di Sondrio, annota il Merlo, cronista del tempo, vi furono in tutto solo un centinaio di brente di vino. Nel 1526 la peste tornò a colpire nel terziere di Mezzo, e ne seguì una dura carestia, come da almeno un secolo non si aveva memoria, annota sempre il Merlo. L’anno successivo un’ondata di freddo e di neve nel mese di marzo danneggiò di nuovo seriamente le viti. Dalle calende d’ottobre del 1539, infine, fino al 15 aprile del 1540 non piovve né nevicò mai, tanto che, scrive il Merlo, “per tutto l’inverno si saria potuto passar la Montagna dell’Oro (cioè il passo del Muretto, dall’alta Valmalenco alla Val Bregaglia) per andar verso Bregaglia, che forse non accadè mai tal cosa”. La seconda metà del secolo, infine, fu caratterizzata da una grande abbondanza di inverni rigidi e nevosi ed estati tiepide, nel contesto di quel tendenziale abbassamento generale delle temperature, con decisa avanzata dei ghiacciai, che viene denominato Piccola Età Glaciale (e che interessò l’Europa fino agli inizi dell’Ottocento). C’è davvero di che far meditare quelli che (e non son pochi) sogliono lamentarsi perché non ci sono più le stagioni di una volta…

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Nel 1512, dopo una parentesi di 12 anni di dominazione francese (seguita alla caduta di Ludovico il Moro, duca di Milano), iniziarono i quasi tre secoli di dominio delle Tre Leghe Grigie sulla Valtellina. I nuovi signori sentirono il bisogno, per poter calcolare quante esazioni ne potevano trarre, di stimare la ricchezza complessiva di ciascun comune della valle. Furono così stesi gli Estimi generali del 1531, che offrono uno spaccato interessantissimo della situazione economica della valle (cfr. la pubblicazione di una copia secentesca del documento che Antonio Boscacci ha curato per il Bollettino della Società Storica Valtellinese n. 53 del 2000). Nel “communis Clivij ” vengono registrate case e dimore per un valore complessivo di 1930 lire (per avere un’idea comparativa, Forcola fa registrare un valore di 172 lire, Tartano 47, Dazio 278, Talamona 1050, Morbegno 3419); gli orti si estendono per 34 pertiche e valgono 85 lire; i prati ed i pascoli hanno un’estensione complessiva di 6610 pertiche e sono valutati 1667 lire; boschi e terreni comuni sono valutati 26 lire; campi e selve occupano 5471 pertiche e sono valutati 4025 lire; gli alpeggi, che caricano 170 mucche, vengono valutati 34 lire; i vigneti si estendono per 1063 pertiche e sono stimati 1661 lire; vengono torchiate 44 brente di vino (una brenta equivale a 90 boccali), valutate 44 lire; il valore complessivo dei beni è valutato 9532 lire (sempre a titolo comparativo, per Tartano è 642, per Dazio 2369, per Forcola 2618, per Buglio 5082, per Talamona 8530 e per Morbegno 12163). Del 1589 è la famosa visita pastorale del vescovo di Como Feliciano Ninguarda, preoccupato soprattutto per il pericolo che la Valtellina venisse contagiata dal morbo della riforma protestante; questi contò nel comune di Civo 738 fuochi, di cui 200 solo a Caspano (calcoliamo, per ogni fuoco, o famiglia, circa 5 membri; è interessante notare che 25 delle 200 famiglia di Caspano erano di religione protestante, tanto che si trovava lì anche un pastore per il culto), mentre solo 30 dimoravano a Civo ed altrettante e Cevo.  Ma cediamo la parola all’illustre vescovo: “A un miglio da Dazio si trova l’illustre paese di Caspano, lontano quattro miglia dalla plebana di Ardenno. La chiesa parrocchiale è dedicata a S. Bartolomeo apostolo, e ne è rettore incaricato il sacerdote Fioramondo de Greci di Mello, che in seguito ebbe la conferma di parroco. Caspano conta 200 famiglie circa, delle quali 25 eretiche, le altre cattoliche. Dal momento che gli eretici hanno il loro predicante fra. Angelo Piemontese, una volta dell’ordine dei cappuccini di s. Francesco,… e non hanno la loro chiesa, ottennero dai Reti che il loro pastore predicasse e tenesse le celebrazioni eretiche nella chiesa parrocchiale, dove il parroco cattolico con orario diverso celebra la messa, predica e amministra i sacramenti.” Il Ninguarda registrò con puntuale minuzia la presenza di famiglie di confessione non cattolica in tutti i paesi toccati dalla sua visita pastorale: sul finire del cinquecento, infatti, la presenza della religione riformata in Valtellina si avviava a diventare una questione scottante. La tensione fra protestanti, favoriti dalle autorità grigioni, e cattolici crebbe soprattutto per le conseguenze del decreto del 1557, nel quale Antonio Planta stabilì che, dove vi fossero più chiese, una venisse assegnata ai protestanti per il loro culto, e dove ve ne fosse una sola venisse usata a turno da questi e dai cattolici. L’istituzione del tristemente famoso Strafgericht di Thusis, tribunale criminale straordinario di fronte al quale si dovevano presentare tutti coloro che venissero sospettati di attività eversive del potere grigione in Valtellina, rese la tensione ancora più acuta, che toccò il vertice nel 1618, quando l’arciprete di Sondrio Nicolò Rusca, venne rapito da un vero e proprio corpo di spedizione grigione e portato, per il passo del Muretto, nel territorio delle Tre Leghe Grigie; torturato, morì per gli strazi a Thusis. Così scrive il Cantù, nella sua opera “Il sacro macello di Valtellina”, del 1832 : “Il ben vissuto vecchio, benché fosse disfatto di forze e di carne e patisse d’un ernia e di due fonticoli, fu messo alla tortura due volte, e con tanta atrocità che nel calarlo fu trovato morto. I furibondi, tra i dileggi plebei, fecero trascinare a coda di cavallo l’onorato cadavere, e seppellirlo sotto le forche, mentre egli dal luogo ove si eterna la mercede ai servi buoni e fedeli, pregava perdono ai nemici, pietà per i suoi.” Caspano era, sotto questo aspetto, uno dei centri maggiormente coinvolti: “Caspano, il semenzajo della nobiltà valtellinese, abbondava più che altri di evangelici, come essi si intitolavano o di eretici come gl’intitolavano i nostri, ai quali predicava Angelo cappuccino piemontese; Lorenzo Gajo di Soncino minor osservante predicava a Mello, e un cappuccino a Traona.” E ancora: “Francesco Calabrese e Girolamo da Mantova predicavano apertamente contro il battesimo dei bambini in Engadina, onde furono espulsi dall’inquisizione protestante, che non era meno intollerante della romana. Camillo Renato spacciò uguali dottrine a Caspano, poi a Chiavenna; e vi costituì una chiesa separata ove s’insegnava che l’anima finisce col corpo, che soli i giusti risorgeranno ma con corpo diverso, che niuna legge naturale impone cosa fare od ommettere, che il decalogo è inutile a coloro che credono, lor legge essendo lo spirito, che il battesimo e la cena son semplici segni di avvenimenti passati, e non portano alcuna grazia particolare o promessa.” (Cantù, op. cit.). Un episodio della metà del cinquecento lo conferma. Eccone il resoconto del Cantù: “Un Parravicini valtellinese fondò una chiesa privata a Caspano nel 1546: ma essendosi trovato un crocifisso fatto a pezzi, il popolo in furore arrestò lui, che al tormento si confessò reo di tal sacrilegio: ma a Coira protestò aver confessato solo per lo spasimo, e se ne accertò autore uno studente.” (op. cit.)  In quel medesimo 1618 nel quale, come si è visto, il Rusca moriva a Thusis in conseguenza delle torture subite, scoppiò la Guerra dei Trent’anni (1618-1648), nella quale la Valtellina, avendo una posizione strategica di nodo di comunicazione fra i territori degli alleati Spagna (milanese) ed Impero Asburgico (Tirolo), venne percorsa dagli eserciti dei fronti opposti, quello imperiale e spagnolo da una parte, quello francese e dei Grigioni, dall’altra.  Fu l’inizio del periodo più nero nella storia della valle. Due furono i momenti più tragici di questo periodo. Nel luglio del 1620 il cosiddetto “Sacro macello valtellinese” (espressione invalsa nell’uso a partire dalla citata opera del Cantù), cioè la strage di protestanti operata da cattolici insorti per il timore che i Grigioni intendessero imporre la fede riformata in Valtellina, fece registrare episodi tragici, che coinvolsero anche abitanti di Caspano. Il più noto fu quello di “Andrea Paravicini da Caspano”, il quale, “preso dopo molti giorni, fu messo fra due cataste di legna e minacciato del fuoco se non abjurasse: durando costante, fu arso vivo. E si videro spiriti celesti aleggiargli intorno a raccoglierne lo spirito. Né fu questo il solo prodigio, onde le due parti pretesero che il Cielo ad evidenti segni mostrasse a ciascuna il suo favore.” (C. Cantù, op. cit.). Il Mattei aggiunge un particolare che la dice lunga sul clima d’odio a lungo covato, che scatenò la caccia al protestante e la strage sanguinaria: “parendo poca cosa la strage ch’erasi compiuta nell’antecedente luglio si cercarono anche i cadaveri di quanti erano stati uccisi e interrati. In Sondrio, in Berbenno, in Caspano, in Traona e in altri luoghi, cavatili oggi dalle fossa, vennero ridotti in cenere che poscia furono gettate nelle acque, o dati ai cani perché fossero dilaniati e consunti“.  Ecco cose ne scrive Henri de Rohan, duca ed abilissimo stratega francese nell’ultima parte delle vicende della guerra di Valtellina nel contesto della guerra dei Trent’Anni (1635), nelle sue “Memorie sulla guerra della Valtellina”: “Non si può negare che i magistrati grigioni, tanto nella camera criminale di Tosanna quanto nell’amministrazione della giustizia in Valtellina, abbiano commesso delle ingiustizie capaci di gettare nella disperazione e di spingere alla ribellione contro il proprio sovrano anche i più moderati. Ma bisogna riconoscere che anche i Valtellinesi passarono ogni limite e calpestarono tutte le leggi dell’umanità, essendosi spinti a massacri così crudeli e barbari che le generazioni future non potranno non ricordarli senza orrore. Così la religione è capace di spingere al male uomini che, animati da uno zelo sconsiderato, prendono a pretesto della loro ferocia ciò che dovrebbe essere un fondamento della società umana.”  La reazione delle Tre Leghe non si fece attendere: corpi di spedizione scesero dalla Valchiavenna e dalla Valmalenco. Il primo venne però sconfitto al ponte di Ganda e costretto a ritirarsi al forte di Riva. La battaglia di Tirano liberò provvisoriamente la Valtellina dalla loro signoria, ma un’alleanza fra Francia, Savoia e Venezia, contro la Spagna, fece nuovamente della valle un teatro di battaglia. Morbegno venne occupata nel 1624 dal francese marchese di Coeuvres, che vi eresse un fortino denominato “Nouvelle France”. Le vicende belliche ebbero provvisoriamente termine con iltrattato di Monzon (1626), che faceva della Valtellina una repubblica quasi libera, con proprie milizie e governo, ma soggetta ad un tributo ai Grigioni. Il clima non si era però ancora del tutto rasserenato: “Gian Giacomo Paribelli qual pretore di Sondrio e in seguito ai voti conformi del Cosiglio generale, fa oggi pubblicare decreto di proscrizione contro tutti i Protestanti, con intimazione che entro quattro giorni debbano tutti uscire dalla Valle, così che quelli che non manifestano il loro nome, e vi si trattengono senza licenza oltre a un tal termine, sia lecito l’ucciderli. E difatti soggiacquero a sì atroce decreto in Traona Odoardo Paravicini e in Caspano Giuseppe Malacrida”. (A. Maffei).  La pace, comunque, sembrava tornata e tutti tirarono il fiato; fu, però, il sollievo dell’inconsapevolezza, perché il peggio doveva ancora venire. Dopo il trattato di Monzon, il triennio 1626-29 segnò una tregua: niente più armi né soldatesche, almeno per il momento, in valle. Ma non furono tre anni sereni. Ci si mise il clima a tormentare la vita già di per sé non semplice dei cristiani, un clima pessimo, caratterizzato da eccezionale piovosità, soprattutto primaverile, accompagnata da repentine ondate di freddo, tanto da ritardare le vendemmie anche di due settimane rispetto al consueto, da compromettere seriamente i raccolti e da determinare una situazione di carestia. Erano anni, quelli, in cui San Benigno de Medici, popolarmente conosciuto come San Bello e venerato non solo a Monastero di Berbenno, ma anche in una chiesetta proprio sotto Civo e poco a monte del ponte di Ganda, veniva invocato dalle folle dei fedeli nelle lunghe processioni per ottenere il ritorno del bel tempo.  Poi, nel 1629, il nefasto passaggio dei Lanzichenecchi, scesi dalla Valchiavenna per partecipare alla guerra di Successione del Ducato di Mantova, portò con sé la più celebre delle epidemie di peste, descritta a Milano dal Manzoni, quella del biennio 1630-31 (con recidiva fra il 1635 ed il 1636). Non era certo la prima: solo nel secolo precedente avevano toccato il territorio valtellinese le epidemie del 1513-14, del 1526-27 e del 1588. Ma quella fu la più terribile. L’Orsini osserva che la popolazione della valle, falcidiata dal terribile morbo, scese da 150.000 a 39.971 abitanti (poco più di un quarto). La stima, fondata sulla relazione del vescovo di Como Carafino, in visita pastorale nella valle, è probabilmente eccessiva, ma, anche nella più prudente delle ipotesi, almeno più di un terzo della popolazione morì per le conseguenze del morbo. Prima dello scoppio dell’epidemia, nel 1624, Civo contava 400 abitanti e Caspano il triplo (1200); la popolazione, probabilmente, si ridusse circa della metà.  Il trittico tragico di questa prima metà del seicento si completa con la seconda fase delle guerre di Valtellina, che si aprì con la campagna del Duca di Rohan (1635-37), la quale interessò da vicino la Costiera dei Cech, costretta a subire alloggiamenti forzati di truppe francesi e veneziane. Solo con il Capitolato di Milano del 1639 si ebbe, infine, una pace duratura: la Valtellina era restituita ai Grigioni, ma vi era ammessa la sola fede cattolica.  Le sue condizioni economiche erano, però, prostrate, il che spiega il consistente fenomeno dell’ emigrazione, che interessò soprattutto la Costiera dei Cech, nella seconda metà del seicento e nel settecento. La comunità di Civo cominciò a riprendersi, economicamente e demograficamente, solo nel Settecento. Ma ancora alla fine di questo secolo essa contava, in tutto, 1500 abitanti, meno che agli inizi del Seicento. L’emigrazione, abbiamo detto: ebbe come meta soprattutto Roma, da cui, poi, tornò un tesoro di arredi sacri che arricchì molte delle chiese del comune. Riguardo al fenomeno emigratorio, vale la pena di riportare diversi passi tratti dall’opera Storia di Morbegno (Sondrio, 1959) di Giustino Renato Orsini, che ben tratteggia il fenomeno nella sua ampiezza e nelle sue implicazioni: “Le condizioni economiche della Valtellina, assai depresse dopo il suo passaggio ai Grigioni (1512) e per il distacco della Lombardia, cominciavano lentamente a risollevarsi per effetto dell’emigrazione. I nostri massicci montanari, pieni di buon volere, lasciavano in piccole frotte il loro paesello per recarsi nei luoghi più lontani: i Chiavennaschi a Palermo, a Napoli, a Roma, a Venezia e persino in Francia, a Vienna, nella Germania e nella Polonia: a Napoli i Delebiesi e quelli di Cosio; a Napoli, Genova e Livorno quelli di Sacco; pure a Livorno ed Ancona i terrieri di Bema e di Valle; a Venezia quelli di Pedesina; a Verona quelli di Gerola; a Roma, Napoli e Livorno quelli d’Ardenno. Numerosi muratori e costruttori di tetti emigravano in Germania; e i montanari della Valmalenco si spargevano come barulli nei più diversi paesi. Un quadro assai mediocre nella cappella antistante alla chiesa di S. Nazzaro in Cermeledo ci ritrae questi emigranti che, scalzi e in misere vesti, curvi sotto il loro fardello, arrivano ad un porto e ringraziano la  B. Vergine del viaggio compiuto. Ma la meta preferita, specialmente dai terrieri della zona dei Cech, da Dubino sino a Vervio, fu Roma, dove il Pontefice, anche per sostenere la fede cattolica combattuta dai Grigioni, accordò loro protezione e privilegi. Nella dogana di terra in piazza S. Pietro furono loro riservati ventiquattro posti di facchini, e alcuni posti anche nell’ospedale dell’Isola Tiberina; formavano pure la compagnia dell’annona, come facchini, misuratori e macinatori di granaglie; e furono detti Grigi, provenendo da luoghi dominati dai Grigioni. Perciò il cardinale Pallavicino chiamò ingiuriosamente la nostra valle patria dei facchini. Effettivamente fu quello il loro prima impiego, nel quale salirono anche al grado di capo-squadra, come vediamo dal nome assunto dai Caporali di Cino e dai Caporali di Dazio e dal nomignolo di Sigillini (sugellatori di sacchi) ancora portato dai Carra di Dazio. I Coppa di Roncaglia assunsero tale nome per la loro gagliardìa nel portare il basto sul collo. Ma ben presto da tale condizione gli emigrati a Roma si elevarono a quella di orzaroli (fornai e venditori di commestibili); così taluno con rigorosa parsimonia poté mettere da parte notevoli guadagni; ed altri – come i Ciampini di Biolo – divennero uomini di lettere e prelati; più tardi, ossia nell’800, un Vincenzo Grazioli, umile pastorello di Cadelsasso, recatosi a Roma quale garzone di fornaio e divenuto presto ricchissimo, sarà insignito del titolo ducale e, apparentandosi con l’antica aristocrazia, sarà il capostipite dei Grazioli – Lante – Della Rovere. Ciascuna colonia valtellinese aveva in Roma una bussola, intitolata al patrono del villaggio d’origine (S. Provino di Dazio, S. Bartolomeo di Caspano, ecc.);e dentro quella deponevano le offerte da trasmettere al relativo parroco per ampliamenti e restauri della chiesa e per la compera di sacri arredi, talora preziosi… Solo da vecchi questi ritornavano poi in patria; e, col peculio adunato, miglioravano la loro casetta, acquistavano terre, affrancavano livelli e servitù. Così nei vari paesi, particolarmente nella Val Masino, nella Val Gerola e nei comuni di Civo e Dazio, si diffuse un notevole benessere… Per effetto di questa secolare emigrazione a Roma le condizioni economiche di questa parte della Valtellina sono oggi assai floride… I contadini dispongono quindi di molti terreni e possono permettersi il lusso di parecchie dimore in luoghi diversi, a cui si trasferiscono nelle varie stagioni. Durante l’inverno Caspano discende alla Manescia di Traona, Cadelsasso ai Torchi di Campovico, Dazio a Categno, Civo a S. Biagio e a Selvapiana, Roncaglia a S. Croce, Valmasino nella pianura di Ardenno… Per effetto di questa emigrazione anche la stessa razza, prima fiaccata dai matrimoni fra affini, potè rigenerarsi col sangue di Trastevere… Quindi a Caspano e a Civo si trovano uomini aitanti e donne fiorenti di matronale bellezza”. Tony Corti, nell’opera “I Valtellinesi nella Roma del Seicento” (edito a cura della Provincia di Sondrio e della Banca Popolare di Sondrio nel 2000), ha raccolto da diversi documenti alcuni dei nomi di questi emigrati. Eccoli. Giacomo Barigelli, da Civo in Voltolina, marito di Caterina d’Antonio; Martino Molta del q. Andrea e di Petronilla Morelli, già coniugi della terra di Ca del Picco diocesi Comense; Pietro Marchetti di Ronchiaglia diocesi di Como, fachino del uino, che si ricovera in ospedale con giubbone senza maniche, calzoni e calzette di tela, cappello nero e scarpe nere; Pietro de Gobi da Roncaglia di Voltolina; Giouanni Cagniolo dal Serone di Uoltolina; Giouanni di Alberti di una terra che si chiama Serone, diocesi di Como, facchino del vino, che si ricovera in ospedale con calzoni, camiciola rossa, calzette di tela, ogni cosa usata; Gioanni Cavalone di una terra che si chiama Serone in Voltolina diocesi di Como, facchino del vino, che si ricovera in ospedale con giubbone, calzoni di tela e calzette, ogni sua roba vecchia e rotta; Pietro Tachetto, facchino de vino de la Vuoltolina del locho de Caspano signoria de Grissoni; Giouanni Petrolino da una terra che si chiama Caspano, diocesi di Como; Bartolomeo Porri di Giovan Antonio da Gaspano di Voltolina, calzolaro, che si ricovera in ospedale con ferraiolo di panno mischio, giubbone di pelle, calzoni mischi, camiciola bianca di bonbano, una calzeta turchina e una di tela, cappello; Stefano Padrocca di Antonio de Caspano de Voltolina, vacaro, che si ricovera in ospedale con giubbone di mezza lana, camisaccia, calzettacce di tela e cappellaccio; Giacomo Paniga del q. Pietro da Caspano de Valtellina, diocesi di Como, misuratore di frumento. Un quadro sintetico di Civo nella prima metà del Seicento è offerto, infine, dal prezioso manoscritto di don Giovanni Tuana (1589-1636, grosottino, parroco di Sernio e di Mazzo), intitolato “De rebus Vallistellinae” (Delle cose di Valtellina), databile probabilmente alla prima metà degli anni trenta del Seicento (edito nel 1998, per la Società Storica Valtellinese, a cura di Tarcisio Salice, con traduzione delle parti in latino di don Avremo Levi). Vi leggiamo: “Da Datio v’è la strada, quale per mezzo la montagna in una bassa alquanto spatiosa, qual conduce a Chivo, così detto sia che il luoco è posto in territorio alquanto pendente, sia che sia stata habitatione antica di Caio Lucio gentil huomo di Teodosio imperatore come ad alcuni parve. Il territorio è delitioso, come tutta la sponda di Traona, ricco di vini, frutti et grano, bagnato d’un rivo qual li serve per l’usi d’ordinarij, per irrigationi et per molini. Ha la chiesa parochiale di S. Andrea apostolo, et se bene ha solo 40 fameglie ha però nome di grandissima communità perché comprende du’ altre vicinanze, cioè Caspano. Badolia, Ca del Pic, Chievo, Ca del Sasso, Roncaglia di sotto et di sopra, Serono, Villetta, Nogaredo, Chempo et Toate. V’è una contrata nella Valle del Masino chiamata Cornulo separata da ogn’altra communità, quale constituisce li suoi sindici et scote le sue taglie, et questa ha dieci famiglie …  (Caspano) ha il corpo della terra in luoco eminente della montagna tanto potente et disimpito, che domina con la vista la maggior parte della Valtellina et una parte del lago di Como; ha però il sito non molto sicuro perché è sottoposto alle ruine del monte, quali, se non fossero impedite da folto bosco di teglioni, nelli temporali sarebbe stato sepolto più d’una volta. L’aria di questo luoco è tanto buona e fresca l’estate che ivi concorrono nelli caldi molti gentilhuomini delle terre del terzero di mezzo et di sotto. È luoco grande, pieno di sontuose case, essendo vecchia sedia della casa Paravicina antichissima et nobilissima, venuta come a salvo in questo paese dall’Italia nel tempo delle fattioni guelfe et gibelline avanti alcuni centenara d’anni. Sarebbe questo luoco stato più riguardevole, se questa famiglia fusse stata catolica, come è stata in altri luochi dove arrivò a tal splendore che puoco numeravansi 300 nobili Paravicini, tra quali vi furno cardinali, senatori milanesi, dottori in ogni facoltà, titolati costituiti in dignità tanto ecclesiatiche quanto seculari, tra quali risplende come principal lume nella patria Gio. Antonio Paravicino, dottissimo in lettere umane et divine, predicatore fecondissimo, protonotario apostolico et arciprete di Sondrio, degno d’altro luoco maggiore se nel paese ve ne fosse, perla singolar bontà et virtù; et Benedetto Paravicino genti huomo di rare qualità, di singolar bontà, deposito dell’antichità non tanto de Valtellina quanto altro historico diligente; Gio. Maria et Antonio Maria, ambiduoi in arme, per lettere fiorentissimi, essendo quello vecchio capitano et hor potestà di Morbegno, questo capitano et dottor di legge, ottimo refugio et patrocinio de religiosi et catolici nelle turbolenze delle persecuzioni calvinistiche. Ha questo luogo una bella chiesa grande, ricca, con bello campanile, dedicata a S. Bartolameo apostolo; era altre volte soggetta ad Ardenno, hoc è separata et ha sotto di sé un’altra parochia chiamata Roncaglia… Questa cura ha alcune contrate site alle fauci dritte del Masino, Bedoglio, così detto dall’abbondanza delle bedolle, nel monte alto puoco sopra Caspano verso settentrione, con una chiesa di S. Pietro. Puoco più a bassao vi è un’altra chiamata Ca del Pico, un’altra chiamata Ca del Sasso con una chiesa di San Pietro Martire, quali contrate con Caspano fanno 300 fameglie. Hor et per il bando dell’heretici la maggior parte delle case sono dishabitate. Il luogo perché è troppo freddo non ha vigne di consideratione, ma hanno il vino altrove. Roncaglia confina con Caspano verso sera et si divide in Roncaglia di sopra et di sotto. Roncaglia di sopra ha alcune contrate. cioè Chernpo con un oratorio di S. Carlo fatto di novo, Nogaredo. Vallada, Serono con l’oratorio di S. Rocco. Roncaglia di sotto ha una contrata chiamata Tovate, così detta dal fiume Tovate, qual scorre dalli monti, tra Caspano et Roncaglia, appresso il quale si lavorano alcune pietre durissime di colore di mare, quali ornano mirabilmente le fabriche. Le fameglie di questa contrata sono 300. La chiesa parochiale è dedicata a S. Giacomo maggiore, maravigliosamente ornata di paramenti et argentarie, che pare più tosto che sia chiesa di città, che di monte. Questa è fatta parochiale da Lazaro Carafino: ricognosce però la chiesa di Caspano. Questi paesani hanno le vigne, campi et prati per la maggior pane nella sponda qual giace di sotto: acquistano ancor molto dalle fatiche fatte nelle città di Lombardia fachinando. L’aria è sana. La cima de monti è quasi inutile.”Il settecento fu secolo di ripresa, non, però, priva di arresti e momenti difficili, legati soprattutto ad alcuni inverni eccezionalmente rigidi, primo fra tutti quello memorabile del 1709 (passato alla storia come “l’invernone”, “l’inverno del grande freddo”), quando, ad una serie di abbondanti nevicate ad inizio d’anno, seguì, dal giorno dell’Epifania, un massiccio afflusso di aria polare dall’est, che in una notte gelò il Mallero e parte dell’Adda. Ed ancora, nel 1738 si registrò una nevicata il 2 maggio, nel 1739 nevicò il 27 ed il 30 marzo con freddo intenso, nel 1740 nevicò il 3 maggio, con freddo intenso e nel 1741 nevicò a fine aprile, sempre con clima molto rigido e conseguenze disastrose per le colture e le viti.

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Lo storico Francesco Saverio Quadrio, a metà del settecento, nell’opera “Dissertazioni critico-storiche intorno alla Rezia di qua dalle Alpi oggi detta Valtellina” (Edizione anastatica, Bologna, Forni, 1971), così presenta in sintesi il comune di Civo: “Clivio è pure antichissimo Luogo. A questa Comunità è inserita quella di Caspano, a cui fece il nome qualche Greco Catapane, o sia capitaneo che là si ricoverò; onde la Famiglia Caspani che ivi abitava, trasse sua origine. Fu di poi anche Patria degli Alamanni, de’ Malacridi, e de’ Paravicini Bedolio, onde il ramo de’ Paravicini Bedolini è venuto, la Casa del Pico, la Casa del Sasso, Roncaglia di sopra, Roncaglia di sotto, Tovate cosi dal vicin torrente appellato, Chempo, Vallate, Nogaredo, Serone, Selva Piana, Acqua Marzia, e Cevo nella Valle del Masino, tutte queste Contrade concorrono pur similmente a formare la detta Comunità.” Ma torniamo a seguire il filo della storia di Civo. Nel 1807 esso figurava, nel Regno d’Italia, controllato da Napoleone, come comune con 1.412 abitanti complessivi, composto dalle frazioni di Roncaglia (240), Caspano (150), San Carlo (100), San Rocco (100), Santa Croce (100), Cevo (120), Regoledo (120), Desco (80), Casa del Sasso (90), Civo (312). Quasi mezzo secolo dopo, ne, 1853, sotto la dominazione asburgica, Civo, con le frazioni Santa Croce, Roncaglia, Selvapiana, Caspano, era comune del III distretto di Morbegno, con consiglio senza ufficio proprio, e con una popolazione complessiva di 1.800 abitanti.  Il periodo della dominazione austriaca fu segnato da eventi che incisero in misura pesantemente negativa sull’economia dell’intera valle. L’inverno del 1816 fu eccezionalmente rigido, e compromise i raccolti dell’anno successivo. Le scorte si esaurirono ed il 1817 è ricordato, nell’intera Valtellina, come l’anno della fame. Vent’anni dopo circa iniziarono le epidemie di colera, che colpirono la popolazione per ben quattro volte (1836, 1849, 1854 e 1855), mentre quella della crittogama, negli anni cinquanta, misero in ginocchio la vitivinicoltura valtellinese. Queste furono le premesse del movimento migratorio che interessò una parte consistente della popolazione nella seconda metà del secolo, sia di quella stagionale verso Francia e Svizzera, sia di quella spesso definitiva verso le Americhe e l’Australia. All’unità d’Italia (1861) esso contava 1926 abitanti. L’unità venne dopo la II Guerra d’Indipendenza, alla quale parteciparono, fra gli abitanti di Civo, Bertolini Agostino e Togna Santo. Alla III Guerra d’Indipendenza, del 1866, parteciparono Barola Andrea, Bonola Giovanni, Bonesi Giacomo, Bonesi Pietro, Berti Andrea, Chistolini Giovanni, Chistolini Feliciano, Frate Biagio, Motta Lorenzo, Margnella Giacomo, Motta Lorenzo di Andrea, Marchettini Costantino, Re Giacomo, Rossatti Domenico e Solera Giuseppe. Alla campagna del 1870, infine, che portò alla presa di Roma, poi proclamata capitale d’Italia, parteciparono Re Giacomo e Rossatti Domenico.  Gli abitanti di Civo salirono a 2102 nel 1971, 2155 nel 1881 e 2226 nel 1901. Nel 1911 vi fu una flessione (1990 abitanti), con una successiva risalita a 2368 abitanti nel primo dopoguerra (1921).  Pesante il tributo del paese alla prima guerra mondiale: la targa presso la chiesa di Serone ne ricorda i caduti, vale a dire Alberti Alfonso, Alberti Aurelio, Alberti Luigi, Bogialli Angiolino, Bonesi Onorato, Bonesi Salvatore, Camero Paolino, Carra Giacomo, Cesara Filippo, Cerasa Serafino, Cometti Riccardo, Dell’Oro Andrea, Domenici Giuseppe, Fiorenzi Rocco, Fumiatti Pietro, Gabelli Celestino, Gaist Giuseppe, Gaist Salvatore, Lestini Plinio, Margnelli Paolo, Marchesi Carlo, Martinoli Gioachino, Martinoli Lorenzo, Martinoli Luigi, Motta Emilio, Poli Anacleto, Pradè Anselmo, Rè Angelo, Rè Giovanni, Sandro Federico, Soldati Giuseppe, Tarabini Marco, Tarca Giacomo e Togna Enrico.  Negli anni venti e trenta del novecento la curva demografica torna a scendere: 2048 abitanti nel 1931 e 1817 nel 1936. Il 1925 rappresenta una data importante nella storia del paese: la Ditta De Bianchi, infatti, mette in funzione una centralina sul torrente Toate, che alimenta gli abitati di Caspano, Roncaglia, S. Rocco, Naguarido, Vallate, Cadelpicco, Cadelsasso e Regolido, raggiunti per la prima volta dall’energia elettrica. Se pensiamo a quanto sia difficile immaginare la nostra esistenza seza di essa, possiamo ben comprendere l’importanza della svolta.  Ecco come la Ercole Bassi, in “La Valtellina – Guida illustrata”, del 1928, presenta Civo ed i suoi tesori d’arte: “Continuando l’altipiano, si giunge a Civo (m. 778 – ab. 216-2387 – coop. agric. e di cons.), unito a Morbegno con una rotabile di km. 9. La sede del comune è a S. Croce. L’antico coro della parrocchiale di Civo possiede affreschi del 400 con la Crocefissione, la Nascita di Cristo, l’Incoronazione della V., la Vita di S. Andrea, i Dottori della Chiesa ecc. Ridente e con larga vista è specialmente la fraz. di Cà del Sasso. Continuando l’altipiano arriva alla frazione di Roncàglia. Nella chiesa, C. Lipari frescò, nel primo altare a sinistra entrando, la Sacra Famiglia e S. Filippo Neri, e nel piazzale della chiesa, coll’aiuto della a sorella Vittoria, nel 1756, le dodici cappelle della Via Crucis, restaurate dal Gavazzeni, che rifece la prima, affatto distrutta per l’umidità del terrapieno che le era addossato. La parrocchiale possiede pure: coro, pulpito, confessionale e organo a pregevoli intagli; un’ancona monumentale della fine del secolo XVI intagliata e dorata; bellissimi stucchi, un bel cancello in ferro davanti all’altare che racchiude le reliquie di S. Bonifacio; molta e ricca argenteria, fra cui specialmente pregevoli le lampade di antico lavoro a lamina traforata. Nell’oratorio vi sono molte tele con figure di santi e profeti, alcune efficacissime, di G. Parravicini.  A circa venti minuti da Roncàglia trovasi la fraz. di Caspano (m. 887 – coop. edil.), nella cui parrocchiale, con bella facciata su disegno di P. Lipari, si ammirano due interessantissime ancone del principio del secolo XVI, con storie di S. Bartolomeo e la Risurrezione di Lazzaro, opera di Aloysius De Donatis. Questa chiesa possiede fini e ricchi paramenti, un prezioso piviale in velluto rosso antico, con stola in velluto verde a bellissimi disegni, con S. Pietro ed il cigno dei Parravicini a ricamo; un baldacchino ricamato in oro, pizzi di valore. Fra gli arredi un secchiello di rame con artistici fregi. Possiede pure tele ed affreschi di pregio, come la predicazione di S. Giov. Precursore, e S. Giovanni che battezza, quadri di G. Parravicini, e il Martirio di S. Gio. Battista, di pennello più antico; il battistero in marmo; una Deposizione in statue antiche. Nel vicino oratorio vi è una bella Assunta attribuibile a G. Parravicini. Caspano è patria di Giacomo detto Gianolo Parravicini, che morì a 70 anni nel 1729. Fu eccellente pittore, e si distinse in molti pregiati lavori su tela ed a fresco. Dipinse non solo in Valtellina, ma più ancora fuori: a Crema nella chiesa e cupola di S. M. della Croce, a Casale, a Milano in S. Alessandro, a Ceneda, a Verona, a Venezia. Di lui, dice il Gavazzeni, che fu facile esecutore, compositore immaginoso, corretto disegnatore, coloritore forte e distinto, specie nell’affresco che conduceva con tutta maestria e brio.” Pesante fu anche il tributo di vite che il paese pagò durante la seconda guerra mondiale: caddero Alberti Ercole, Alberti Giovanni, Alberti Rocco, Baretta Settimio, Baroli Giuseppe, Bonesi Andrea, Bonesi Bartolomeo, Bonolo Ezio, Bradanini Arduino, Bradanini Vittorio, Busnarda Aurelio, Carpentieri Riccardo, Cerasa Ludovico, Cerasa Valente, Chistolini Clementino, Chistolini Giuseppe, Chistolini Mario, Chistolini Santo, Cometti Angelo, Cometti Paolo, Ferola Guido, Fiora Clorindo, Fiora Giacomo, Frate Costantino, Frate Pietro, Gaist Franco, Guareschi Fulvio, Marchesi Pietro, Margnelli Vittorio, Martinoli Giacomo, Martinoli Giuseppe, Martinoli Lorenzo, Martinoli Luigi, Martinoli Paolo, Molta Angelo, Molta Enrico, Molta Giovanni, Padellini Abbondio, Panera Pietro, Pradè Rino, Scaia Giuseppe, Venturoli Leonardo, Venturoli Pietro e Vetti Pierino. La targa ricorda anche Molta Giulio, deceduto durante il servizio di leva.  La tendenza alla discesa sul fondovalle è responsabile del decremento demografico che segnò anche il secondo dopoguerra: nel 1951 gli abitanti erano 1649, nel 1961 1519, nel 1971 1240, nel 1981 1096 e nel 1991 1011. Alle soglie del terzo millennio (2001) Civo contava 1026 abitanti, saliti a 1059 nel 2005. Da almeno un decennio, dunque, l’emorragia si è quantomeno arrestata.

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Dal tempo allo spazio: diamo un’occhiata, ora, al territorio comunale, che si estende su 25,21 kmq e si presenta molto variegato ed articolato. Si può dire che esso sfiori appena, e per breve tratto, la piana della bassa Valtellina: l’Adda fa da confine fra Civo e Morbegno nel tratto compreso fra l’antichissimo ponte di Ganda, ad est, ed il nuovo ponte, ad ovest, che, in uscita da Morbegno, immette sulla strada Provinciale Valeriana, che giunge fino a Dubino. A monte di questo tratto ècompresa nel comune di Civo Santa Croce, mentre appartiene a Morbegno il piccolo borgo con la chiesetta di S. Bello. Ad ovest, il confine punta, quindi, a nord, passando per il dosso ad oriente della Valletta, che separa Civo da Mello. Saliamo, così, al bel pianoro che ospita il centro di Civo (m. 754).  Il confine prosegue verso nord, tagliando in due i prati del bel maggengo di Poira, una delle più apprezzate località di villeggiatura estiva della bassa Valtellina. Rientra nel comune di Civo Poira di Dentro, o Poira di Civo (m. 1070), mentre bella pineta che la separa da Poira di Mello, ad ovest, è già in comune di Mello. Procedendo ancora in direzione nord, il confine taglia in due l’ampio anfiteatro che comprende, ad ovest l’alpe Visogno (in territorio di Mello), passando per il crinale che scende verso sud dalla cima di Malvedello (m. 2636). Il bivacco Bottani Cornaggia, collocato a monte dell’alpe Visogno, rimane, così, poco ad ovest del confine, in territorio di Mello.  Raggiunta la cima di Malvedello, il confine segue il crinale che separa la Costiera dei Cech dalla Valle di Ratti, verso nord-est, e passa per il valico quotato m. 2574 (non ha nome sulla carta IGM, viene denominato passo di Visogno sulla carta Kompass), la quota 2676, il passo del Colino (o di Colino occidentale), a m. 2630) e la cima del Desenigo (m. 2854), massima elevazione del territorio comunale. Puntando di nuovo a nord, passa per le cime quotate 2777 e 2710, scendendo, poi, al passo di Primalpia: siamo nell’alta valle di Spluga, ed il passo la congiunge con la Valle dei Ratti. Dal passoil confine volge ad est, scendendo fino al maggiore dei laghi di Spluga (“i läch”), una splendida gemma , tanto più preziosa quanto più rara, fra le montagne della Val Masino.  Una parte della Valle di Spluga, la prima laterale occidentale della Val Masino, appartiene, dunque, al comune di Civo: il confine segue, infatti, verso sud-est,il corso del torrente Cavrocco (o Cavrucco, “cavróch”): a nord-est siamo in territorio del comune di Val Masino, a sud-ovest in quello del comune di Civo (nel quale rientra, quindi, Cevo, alle porte della valle). Per un buon tratto il confine corre, poi, verso sud, seguendo, dal punto di confluenza del Cavrocco nel torrente Masino (èl fiöm), il corso di quest’ultimo. Quindi, in corrispondenza della gola che scende dalla piana di Dazio, piega a sud-ovest, raggiungendo il limite orientale della piana e proseguendo verso nord-ovest. Rientrano, così, nel territorio del comune di Civo le frazioni di Regolido, Cadelsasso, Cadelpicco e Caspano. Volgendo di nuovo verso sud-ovest, il confine passa appena a monte di Dazio, aggirandola con un arco. Segue per un tratto la val Toate e la strada Dazio-Morbegno, piegando, però, ben presto ad ovest, e passando quindi a monte di Cermeledo e Cerido (che appartengono al comune di Morbegno). Giunto appena sotto Serone, dove si trova il centro amministrativo del Comune, volge a sud, poi ad ovest ed infine di nuovo a sud, scendendo al ponte di Ganda e lasciando fuori la frazione di Selva Piana (anch’essa in territorio di Morbegno).  Si tratta di un territorio ricco, quindi, non solo di borghi, scorci, colori e profumi, ma anche di scenari alpestri e di alta montagna, con ben quattro passi di notevole interesse escursionistico (ai tre citati, che portano tutti Valle dei Ratti, si deve aggiungere il passo di Colino est, che congiunge l’alta val Toate con la Valle di Spluga).

Festa Madonna del Carmine Cevo 2012

Nel paese di Cevo si è svolta la 33^ manifestazione dei festeggiamenti della Madonna del Carmine ideata e proposta dagli organizzatori la manifestazione.

Volontari che ogni anno si prodicano per la buona riuscita della festa al fine di dare lustro e popolarità al paese, vantando un primato di solidarietà e comune accordo.

La lungimiranza dei coordinatori, coadiuvati in stretta sintonia dallo Staff dei festeggiamenti, hanno contribuito a migliorare sostanzialmente la festa.
Da un sondaggio si è potuto constatare che tale manifestazione, grazie alle testimonianze delle numerevoli persone che si sono intrattenute , nonchè dalle presenti istituzioni comunali, è tra le più apprezzate, forse la prima della Costiera dei Ceck.
Va inoltre fatto rilevare l’attenzione di diversi giornali online locali tra i quali: Centro Valle – Vaol – Laprovincia di Sondrio – che hanno descritto dettagliatamente il programma dei festeggiamenti a Cevo; grazie ai loro articoli abbiamo avuto la possibilità di far conoscere Cevo ad una più ampia gamma di persone
Gli organizzari ringraziano tutti coloro che hanno partecipato alla festa
 

Gli organizzatori Madonna del Carmine

                                                             
                

 

FESTA DELLA MADONNA DEL CARMINE CEVO  2012

 Nell’assolata e ridente frazione di Cevo i giorni 13 – 14 – 15 luglio si terranno gli annuali festeggiamenti della Madonna del Carmine, inseriti nel programma delle manifestazioni comunali.

  Giornata prevalentemente dedita a momenti di svago e di comune convivenza.

 La manifestazione si terrà nell’accogliente campo sportivo di Cevo, munito di un palco p…er il ballo e di una ampia struttura metallica, la quale ha un’ampiezza tale da ospitare numerosissime persone, adeguatamente coperta con teloni che consentono di trascorrere le serate comodamente ed al riparo da ogni evento atmosferico. Musica e balli saranno le principali attrazioni dei festeggiamenti.

 Ottima cucina con menù che variano dalle squisite fritture di pesce agli ottimi prodotti locali nonchè dalla prelibata porchetta romana donataci dal gruppo valtellinese di Roma. Birra a fiumi e vino eccellente.

 Il personale addetto sarà a vostra disposizione per qualsiasi richiesta.

 La frazione di Cevo si trova nella bassa Valtellina nella “Costiera dei Ceck” – dalla S.S. 38 girare a sinistra SP 9 in località Ardenno al Km 6 girare a sinistra oltrepassando il Ponte Baffo SP10 “strada dei Ceck” al Km. 1,500 frazione di Cevo (campo sportivo). Gli organizzatori avranno cura di attivare tutto ciò che gli compete affinchè si possa effettuare nei migliori dei modi la manifes

                        GLI ORGANIZZATORI FESTA MADONNA DEL CARMINE

                                                                             C E V O 2012

Magnifiche foto di Cevo innevato inviate dalla nostra attenta lettrice Bruna Bonesi, alla quale va un ringraziamento sentito.

Al mio fraterno amico
Buon compleanno
A colui che ho sempre ammirato il suo modo interpretare positivamente la vita.
Il suo carattere, se pur brontolone, ha avuto una particolare influenza sulla mia persona
 accrescendone le doti umanitarie e sociali.
                                                                           A U G U R I da Pino Cerasa

                                                Simbolo gogliardico del paese di Cevo

Festa Madonna del Carmine – Cevo                                                                             

                               

                                               30° Anniversario (1979 – 2009)

 

Il 2009 ci preannuncia un anno pieno di avvenimenti importanti.

Tra i più significativi è il 30° anniversario della manifestazione patronale svolta per la festa della Madonna del Carmine.

Questi festeggiamenti hanno come scopo, non solo una funzione di puro divertimento o per un giorno da passare in allegria, ma bensì come senso di aggregazione, di reciproco rispetto, di solidarietà, di umiltà, di senso di comunità.

Questi avvenimenti ci ripropongono il senso del vivere insieme.

In questo trentennio, quasi un’epoca, il paese di Cevo è cambiato radicalmente non solo sotto il profilo economico e morale ma soprattutto su quello sociale.

Si è sviluppato un senso di appartenenza al territorio, alle sue usanze e regole di vita, tenendo sempre alto i valori dell’uguaglianza e dell’amicizia.

Bisogna dar atto a coloro che hanno sempre messo a disposizione il loro tempo volontariamente, senza alcun riscontro, di aver creato dei supporti tali da accrescere il prestigio del paese.

Se venisse messa in discussione la priorità del vivere umano del luogo, si può garantire, dopo aver effettuato numerose ed approfondite indagini, che il paese di Cevo, a tutt’oggi, si può classificare tra quelli della “Costiera dei Cek” fra i più attivi ed omogenei.

                                   Nell’anno domini 1979

                           Inizia la storia infinita

 

Un gruppo di giovani danno vita ad una manifestazione che avrà negli anni ad avvenire un enorme successo, in un piccolo paese della “Costiera dei Cek”.

Stiamo parlando di Cevo, piccolo e solare frazione del Comune di Civo rinomato, soprattutto, per  la semplicità e l’accoglienza della sua gente.

A volte le azioni più impensate possono provocare un capovolgimento strutturale e formativo che ha dell’incredibile.

Questi ragazzi hanno ideato la festa per far fronte ad una necessità debitoria della Parrocchia di Cevo.

Gli inizi furono vissuti dai protagonisti come un evento straordinario con un insieme di sensazioni che non credevano fossero alla loro portata organizzativa; mai e poi mai avrebbero pensato di trasformare quella giornata in un’emozionante e sfolgorante attrattiva di sagra paesana che verosimilmente si andò protraendo nel tempo.

Tale manifestazione, nei primi tempi, avveniva nella piazza del paese con sistemi alquanto semplicistici. Idearono le giornate di sagra allestendo un palco per il ballo accanto al quale venivano distribuiti i prodotti tipici del paese.

Il momento più significativo era la solenne processione della Madonna del Carmine, patrona del paese, che con altera devozione veniva innalzata sul suo baldacchino accompagnata, per le vie del paese, con canti religiosi e con la partecipazione di tutti gli abitanti.

Da rilevare l’impegno gravoso svolto da coloro che ebbero l’ardire di organizzare la festa, che racchiudeva tre giornate di intenso lavoro fisico. Le difficoltà erano enormi, oltre a provvedere all’installazione di ciò che occorreva alla festa vi era anche la ragionevole considerazione della buona riuscita della manifestazione.

Ciò che rendeva alto il morale era la consapevolezza di svolgere un valido contributo alla realizzazione di una festa antica valorizzando l’attaccamento alle tradizioni tramandate dai nostri antenati.

Questi atteggiamenti non sono andati nel tempo scemando, anzi negli anni successivi, visto l’enorme successo, si è pensato ad un luogo più consono che potesse ospitare la festa.

Grazie alle donazioni effettuate dai proprietari  dei terreni si attuò un progetto, che in un primo momento sembrava irraggiungibile; si sviluppò un piano per far fronte alle esigenze tecniche della sagra realizzando, con enormi sacrifici sia fisici che economici, un campo sportivo ed una struttura adeguata per lo svolgimento della festa patronale.

Da tener presente che il ricavato della manifestazione è stato sempre stato devoluto per le opere del paese.

Dal frutto delle esperienze acquisite in tutti questi anni e con gli introiti delle feste che si sono succedute, si è potuto far fronte agli impegni di ammodernamento e di ristrutturazione  delle opere monumentali ed architettoniche del paese di Cevo.

Va ricordato, innanzi tutto, la ristrutturazione della Casa Parrocchiale, che con enormi sacrifici si è arrivato alla realizzazione di questo edificio; il quale è a disposizione di coloro che vogliono trovare un momento di tranquillità e di pace nel bel mistico posto, attorniato da magnifiche montagne e boschi di castagno. Si avrà l’opportunità di visitare luoghi montani effettuando piacevoli passeggiate. A disposizione degli ospiti vi è un ampio salone dove svolgere attività culturale o di relax,  inoltre una comoda cucina con tutti i confort e per l’igiene personale comodissimi bagni a seguire stanze adibite a dormitorio con circa 32 letti a castello. Nel periodo invernale riscaldamento a gasolio con capienti radiatori collocati in tutte le stanze.

Successivamente il campo sportivo è stato letteralmente strutturato ampliando notevolmente l’area dei festeggiamenti con una copertura metallica ampia e confortevole, al riparo da qualsiasi evento atmosferico, dove si può “bivaccare” gustando piacevolmente i prodotti locali.

Il gruppo storico è andato, nel tempo ampliandosi con la partecipazione di persone, le quali con la massima umiltà, si sono aggiunte volontariamente creando un numero considerevole ed omogeneo sviluppando un costante accrescimento della festa.

Vi è sempre stato un connubio tra i residenti di Cevo e quelli, che per ragioni di lavoro si sono assentati, ma mai allontanati dal loro paese natio. Nella città di Roma vi è un considerevole numero di Cevesi, i quali hanno formato un’associazione finalizzata al recupero strutturale ed architettonico delle opere di Cevo, sempre pronti ad attivarsi per lo svolgimento della manifestazione collaborando attivamente fornendo sia la loro presenza fisica che economica.

 

Da tenere in evidenza l’opera altamente qualificante del “Gruppo Storico”e  successivamente dei volontari che si sono inseriti in questo contesto di aver saputo portare avanti un progetto consociativo apponendo una sferzata di sensazioni innovative così da realizzare nuove opere al paese:

1) Ristrutturazione della casa Parrocchiale

2)Acquisizione di nuove strutture con l’ampliamento della cubatura del luogo della manifestazione .

 

Un sentito ringraziamento a tutti coloro che hanno contribuito alla riuscita di questa magnifica esperienza.

In particolar modo al “Gruppo storico” al quale si deve attribuire “in todo” quella esaltante e significativa attrattiva di sagra paesana, creando un abbinamento culturale, formativo e solidale a vantaggio delle generazioni future.

 

 

 

                                                          GRUPPO  ORGANIZZATIVO          

 

  

 

 

Redatto da Pino Cerasa

 

 

 

Auguri Rainero

Gli auguri per i tuoi ottant’anni vanno considerati, da tutti noi, come auspicio ad un nuovo ciclo di vita, con tutto ciò che ne compete.  I ricordi degli anni passati sono da considerare come esperienza di vita vissuta da tener sempre in considerazione per un futuro prossimo.

Non è l’età che rende anziana la persona, ma la sua negatività. L’uomo è un essere mortale che segue un ciclo vitale, consapevole delle avversità, delle ingiustizie, ma razionale.

Ti sia di monito per proseguire con positività i tuoi primi ottanta’anni.

 

Con affetto

Albero di castagno di Cevo

 

Madre natura ha generato questa splendida pianta non solo per creare degli abbellimenti alla natura stessa, ma per soddisfare gli interessi prioritari degli umani. L’aspetto solido ed autoritario incute un timore referenziale, ma è un gigante buono molto disponibile alle altrui esigenze. Ottimo produttore di legna da ardere, dispensatore di prodotti  energetici con il suo frutto: la castagna ricca di proteine indispensabili per il genere umano. Grazie al suo impegno volontario le popolazioni di montagna, da secoli, lo hanno sfruttato contribuendo così ad alimentare le loro esigenze.
Pino Cerasa

Cevo. Foto M. Dei CasLa Val Masino è costituita da un arco di valli che hanno come estremi la valle di Spluga e la Val Terzana Entrambe condividono la sorte di essere sicuramente gli angoli meno conosciuti di una delle più celebri valli delle alpi Retiche. Immeritatamente. Questo discorso vale in particolare per la valle di Spluga (niente a che fare, a dispetto di equivoci, con la ben più ampia e famosa valle che si trova a nord di Chiavenna), che riserva scenari di forte impatto suggestivo, con la sua selvaggia, solitaria, ma non aspra bellezza. E, se ciò non bastasse, riserva, nella sua parte più alta e nascosta, uno stupendo sistema di laghetti: si tratta degli unici specchi d’acqua, se ad essi si aggiunge il laghetto di Scermendone, dell’intera Val Masino, prodiga, per altri aspetti, di monumentali cattedrali di granito, ma avara di questo ingrediente così legato alla suggestione dell’alta montagna.
Chi ama gli orizzonti che coniugano in una miscela perfetta bellezza e solitudine non può, dunque, mancare di visitare la valle di Spluga: complice la mancanza di vie di accesso carrozzabili che proseguano oltre i 700 metri del paesino di Cevo (termine che deriva da "clivus", pendio della montagna, o dal celtico "ceva", "vacca"), non vi troverà, anche nel cuore della stagione estiva, se non gli alpeggiatori, Le cime della Merdarola, sulla costiera Spluga-Merdarola. Foto M. Dei Case forse, ma non è detto, qualche sparuto escursionista.
Vediamo come arrivarci e quali possibilità escursionistiche scegliere. Lasciando, sulla sinistra, la statale 404 della Val Masino (che si imbocca lasciando la ss. 38 all’altezza del comune di Ardenno) in località Ponte del Baffo (m. 571, dove si trova, sulla destra della strada, anche l’antica edificio della famosa osteria del Baffo), si attraversa, su un ponte, il torrente Masino (èl fiöm), per poi salire al paesino di Cevo (termine che deriva da "clivus", pendio della montagna, o dal celtico "ceva", "vacca", m. 700), in territorio del comune di
Civo, ad 1,5 km dal ponte del Baffo. Un breve fuori-programma consente di ammirare le modeste ma interessanti cascatelle della parte più bassa del corso del torrente Cavrocco, che scende dalla valle di Spluga: basta imboccare un sentierino che si trova all’altezza del primo tornante sinistrorso che si incontra salendo verso Cevo . Al paesino si accede staccandosi sulla destra dalla strada principale (denominata strada di Valpòrtola), che prosegue affacciandosi sul limite orientale della costiera dei Cech nei pressi di Cadelpicco e Caspano.
All’ingresso del paese troviamo la bella chiesa di Santa Caterina, che, nell’attuale aspetto, risale al secolo XVII. Siamo al confine fra i comuni di Cevo e di Val Masino: è, infatti, il torrente Cavrocco a separarli. D’estate il paese si anima per la presenza di numerosi L'alta Valle di Spluga. Foto M. Dei Casvilleggianti. Nelle rimanenti stagioni vive di una vita tranquilla e quasi fuori del tempo. Molto bello, anche se non particolarmente ampio, il panorama che si gode da qui: dominiamo la media Val Masino, con Cataeggio ("cataöcc"), suo centro amministrativo, sovrastato dalle selvagge pareti del monte Piezza (sciöma da pièsa), alle cui spalle si scorge la cima di Arcanzo; scorgiamo, in uno spiraglio sulla sinistra di questo monte, la Cima di Castello ("castèl"), la più alta della
Val di Mello("val da mèl"), con i suoi 3386 metri; alla nostra destra, invece, l’impressionante, aspro e selvaggio versante occidentale della dorsale che culmina nella cima di Granda e separa la bassa Val Masino dalla Valtellina.
Per accedere alla valle di Spluga sfruttiamo una bella mulattiera che, nella prima parte, che ne percorre la sinistra orografica (destra per chi sale). Fino a qualche anno fa si imboccava un sentiero che partiva dalla parte alta del paese (raggiunta attraversandone le case), lasciava l’abitato di Cevo, passava accanto ad una cappelletta solitaria e scendeva al torrente, che viene superato su un ponte in cemento in corrispondenza di una impressionante forra. Ora al sentierino si è sostituita una pista che serve la centralina costruita per sfruttare a scopi idroelettrici le acque del Cavrocco. La mulattiera è larga e comoda: ignorata, nel primo tratto, la deviazione sulla destra rappresentata dal sentiero per Cataeggio (tratto del Sentiero Italia Lombardia nord 3), saliamo quasi schiacciati a ridosso delle rocce dell’aspro fianco nord-orientale della valle. Alla nostra sinistra, più in basso, scorre il torrente. Il lago superiore di Spluga. Foto M. Dei CasSuperati un corpo franoso ed una cappelletta, la valle si allarga e raggiungiamo la prima tappa della salita, il maggengo di Cerèsolo, posto in un ripiano, a quota 1041. Un’avvertenza: sulle carte IGM e su quelle Kompass è segnato un sentiero che si stacca dalla mulattiera a quota 750 metri circa e si inerpica sul selvaggio versante nord-orientale della valle, raggiungendo l’alpeggio di Cervìso (Cervìs). È però del tutto sconsigliabile avventurarsi su questo tracciato, che tende a perdersi in un’insidiosissima fascia di rocce. Qui, come in diversi altri luoghi della Val Masino meno battuta, il rischio di finire, come certe capre, “incrapelati”, cioè imprigionati da rocce dalle quali non riusciamo ad uscire, è davvero concreto. Non che non si possa salire a Cerviso, ma è assai più agevole farlo seguendo la mulattiera che parte da Ceresolo ("sceresö", forse da "cerrus", quindi con significato di "cerreto"), e che considereremo più avanti.
A Ceresolo possiamo giungere anche per altra via: dalla centralina idroelettrica di Cevo la pista sterrata prosegue, infatti, sul versante opposto della valle rispetto a quello della mulattiera; all’altezza di Ceresolo, un ponticello ci porta sul versante dei prati e delle baite del maggengo. Salendo per questa seconda via troviamo, sulla nostra sinistra, l’indicazione della partenza di un sentiero, un po’ esposto e servito da corde fisse, che porta al maggengo di Rigorso (Rigurs), dal quale si scende, poi, facilmente, su pista carrozzabile a Caspano: può essere un’idea per una breve escursione ad anello, considerando che da Caspano si può poi tornare, sulla strada di Valpòrtola, a Cevo, ma si usi tutta la prudenza necessaria.
Riprendiamo il racconto della salita verso la parte superiore della valle. Seguendo le indicazioni per i laghi, imbocchiamo un sentiero Il passo di Primalpia. Foto M. Dei Casche attraversa un secondo corpo franoso, mentre alle nostre spalle il colpo d’occhio si allarga, raggiungendo la Val di Tartano, sul versante orobico. Attraversiamo il torrente Cavislone ("cavislùn"), che tesse i suoi ricami su una fascia di roccette, e lo lasciamo alla nostra destra, prima di raggiungere le baite abbandonate della Corte del Dosso ("cort dal dòs"), a 1460 m. Sulla prima di esse troviamo uno dei radi segnavia rosso-bianco-rossi, con la numerazione “22”. L’ora di cammino che ci porta da Ceresolo alla Corte del Dosso è piuttosto noiosa, ma ora la valle comincia a regalare un primo ampio scorcio del suo lato sud-occidentale.
A quota 1760 circa raggiungiamo la fascia dei prati della Corte di Cevo ("cort de cèf"),dove troviamo alcune baite e, sulla nostra sinistra, una casera ancora utilizzata. Superata anche la Corte di Cevo, entriamo per l’ultima volta in una fascia boscosa, che precede l’accesso all’alta valle, alla quale ci introduce la prima Casera di Spluga, a quota 1939. Qualche decina di metri più in basso, a quota 1900 circa, parte, sulla destra, un sentiero di cui vale la pena prendere nota. Nel primo tratto è difficile vederlo: dobbiamo prendere come punto di riferimento il rudere di un baitello, proseguendo, lungo la medesima direttrice, verso il limite del bosco.
Il sentiero si fa, quindi, evidente, e conduce alla più bassa delle casere di Spluga (m. 1987), nella valle omonima: torneremo più avanti su questa variante, che permette di salire alla poco nota Bocchetta della Merdarola ("pas do cavislùn"), dalla quale si scende nell’omonima valle, proseguendo per La valle di Spluga vista dalla bocchetta di Spluga. Foto M. Dei Casla Valle dell’Oro ed il rifugio Omio. Torniamo alla casera di Spluga: la salita prosegue, da qui, su terreno aperto, luminoso, bellissimo, nel cuore dell’alta valle, chiusa a nord-est dalle cime della Merdarola (ben visibili alla nostra destra), che la separano dalla valle omonima.
La traccia si fa meno evidente, ma qualche segnavia ci aiuta a trovare la giusta direttrice: dopo un primo tratto di salita quasi in verticale, pieghiamo un po’ a sinistra, attraversando un torrentello e raggiungendo un “calècc”, un baitello senza copertura del tetto (viene utilizzato all’uopo un telo azzurro). Dopo una lunga salita, la pendenza si fa meno aspra, ed il sentiero inizia un percorso a saliscendi nell’anfiteatro che chiude la valle, seguendo la direzione nord-est. Guardando a sinistra, vediamo, più in basso, il primo microlaghetto che costituisce il sistema dei laghi di Spluga (m. 2108). Oltrepassato questo primo laghetto, ben presto incontriamo una terza casera. Davanti a noi si mostrano, ormai, con chiarezza le due cime regine della valle: la cima del Desenigo, a sud (m. 2845, alla nostra sinistra) e la cima del Calvo, o monte Spluga, a nord (m. 2967, alla nostra destra, punto di congiunzione delle valli di Spluga, dei Ratti e Ligoncio). Alle spalle della casera sono facilmente riconoscibili anche i passi gemelli collocati fra le due cime, a distanza ravvicinata: il più noto passo di Primalpia (etimologicamente, la prima fra le alpi, l’alpe per eccellenza), a sinistra, e quello meno praticato, che il Galli Valerio propone di chiamare passo di Talamucca ("bochèta da pala möca"), ma che ora viene denominato bocchetta di Spluga, a destra: entrambi danno accesso alla Valle dei Ratti.
Oltrepassata anche questa casera, lasciamo alla nostra sinistra il secondo microlaghetto, detto lago medio. Infine, dopo aver attraversato L'alto Lario visto dalla bocchetta di Spluga. Foto M. Dei Casun pianoro paludoso, nascosto dietro balze rocciose dalle forme bizzarre, ci appare, improvviso e bellissimo l’ultimo e più grande dei laghi, il lago superiore di Spluga, a quota 2163; sopra di esso sono ben visibili la bocchetta di Spluga ed il monte Spluga, o cima del Calvo (sciöma del munt Splüga). Sulla sponda opposta del lago, rispetto al punto in cui ci troviamo, si trova una quarta ed ultima casera. Superati, dopo circa quattro ore di cammino, circa 1480 metri di dislivello, non possiamo che concederci un meritato riposo, gustando fino in fondo la riservata ed intatta bellezza dell’alta valle di Spluga: un’esperienza impagabile, per certi versi unica.
Se abbiamo ancora energie da spendere, possiamo proseguire verso il passo di Primalpia (etimologicamente, la prima fra le alpi, l’alpe per eccellenza). Il sentiero, sempre segnalato dalle bandierine rosso-bianco-rosse, piega a sinistra, superando un dosso e passando sul versante destro (sinistro, per noi) della valle, per inerpicarsi sul suo fianco (c’è un passaggio un po’ esposto, sopra una placca: attenzione!). I segnali indirizzano al passo del Colino, che scende in Val Toate e da Poira, sopra Roncaglia (costiera dei Cech); per raggiungere il passo di Primalpia (etimologicamente, la prima fra le alpi, l’alpe per eccellenza), sempre ben visibile davanti a noi (mentre il passo di Colino rimane nascosto ai nostri occhi) dobbiamo, però, lasciarli, poco dopo aver superato i passaggi più aspri, piegando a destra, su una traccia di sentiero non segnalata (la traccia è labile e va seguita con attenzione). Ad un certo punto compaiono dei bolli rosso, la sigla SI (Sentiero Italia) e, alla fine, le bandierine rosso-bianco-rosse: la meta è vicina! Dopo un ultimo facile passo, raggiungiamo il passo, posto a quota 2476 m e presidiato da un grande ometto.
Dal passo di Primalpia possiamo scendere in Valle dei Ratti, passando accanto ad un quarto laghetto (tale itinerario fa parte del La valle di Spluga vista dalla bocchetta di Spluga. Foto M. Dei CasSentiero Italia, nel tratto rifugio Volta-Cataeggio – "cataöcc"-). Lo scorcio di questa valle visibile da esso non è però particolarmente ampio. Molto più ampia è la visuale che da esso si può godere sulla media Valtellina. La salita al passo dal lago superiore richiede un’ulteriore ora di cammino, ma si può fare di più.
Appena sotto il passo, a sinistra, guardando verso la Valtellina, si vede su un masso l’indicazione per il rifugio Volta: essa segnala la partenza di un sentierino che permette di raggiungere il passo gemello, cioè la bocchetta di Spluga (m. 2526), dopo aver attraversato, nel primo tratto, una fascia di grossi massi che richiede una certa attenzione. Tale passo si trova al di là di un evidente sperone che lo separa da quello di Primalpia (etimologicamente, la prima fra le alpi, l’alpe per eccellenza), conduce anch’esso in Valle dei Ratti e permette di scendere al rifugio Volta. Poco più di venti minuti di cammino, e siamo al passo gemello. Qui il panorama è molto più suggestivo e raggiunge l’alto Lario. Da Cevo alla bocchetta calcoliamo 5 ore e mezza – 6 di cammino, necessarie per superare circa 1850 metri di dislivello in salita: un’escursione effettuabile in una sola giornata, anche se con ottimo allenamento e con non poca fatica. In genere chi si avventura in Valle di Spluga, però, si ferma al lago superiore, una meta comunque eccellente, che ripaga delle fatiche richieste.
Una segnalazione di sicuro interesse: la traversata dal passo Primalpia (etimologicamente, la prima fra le alpi, l’alpe per eccellenza) alla bocchetta di Spluga si inserisce nel contesto della terza giornata del Sentiero LIfe delle Alpi Retiche, e precisamente della traversata da Frasnedo, in Valle dei Ratti, al rifugio Omio. Tale traversata passa per l’alta Vall di Spluga ed il passo del Calvo. Eccone una sintetica descrizione.
Alla bocchetta di Spluga dobbiamo stare attenti (soprattutto nell’eventualità, non remota, di foschia e visibilità limitata) a non seguire le Le rocce fra Cerviso bassa e Cerviso alta. Foto M. Dei Casindicazioni per la capanna Volta, che ci portano a scendere alla bocchetta verso sinistra (tali indicazioni – segnavia rosso-bianco-rossi – si giustificano in riferimento ad un percorso che, dalla bocchetta, scende in alta Valle dei Ratti e di qui al rifugio Volta). Dobbiamo, invece, rimanere a destra: raggiunta, sul lato opposto della bocchetta, una grande placca di granito con un segnavia rosso-bianco-rosso sulla sinistra, in segnavia bianco-rosso affiancato dalla targhetta azzurra con il logo “Life” sulla destra, troviamo il punto nel quale le due vie si separano.
Noi prendiamo a destra, senza però perdere quota, ma cominciando a salire a ridosso delle grandi placche di granito che scendono dalla testata nord-occidentale dell’alta Valle di Spluga. Incontriamo alcuni segnavia rosso-bianco-rossi, poi un grande quadrato bianco, e, ancora, segnavia rosso-bianco-rossi sul fianco della testata. Il sentiero sale decisamente, snodandosi fra gli ultimi magri pascoli, per poi raggiungere la sterminata e caotica zona di sfasciumi che riempie interamente l’angolo nord-occidentale dell’alta valle. Ora possiamo, guardando in basso, alla nostra destra, vedere il lago superiore di Spluga nella sua interezza. Ancora più suggestiva ci appare, sullo sfondo, la fuga di quinte delle valli orobiche (sezione centro-orientale). Terminano i pascoli e si fa meno accentuata, ma non meno faticosa, la salita: dobbiamo, infatti, ora districarci fra massi di ogni dimensione, con pazienza e cautela, seguendo la direzione dettata dagli abbondanti segnavia. Alle nostre spalle, intanto, si rende ora ben visibile, sull’angolo sud-occidentale della valle, la cima del Desenigo (m. 2845).
Ma dove andremo a finire? Dov’è il passo del Calvo che ci porterà alle soglie della Val Ligoncio? Se guardiamo davanti a noi, vedremo Cerviso. Foto M. Dei Casuna larga depressione, apparentemente accessibile, dietro la quale occhieggiano, furbi ed un po’ impertinenti, i Corni Bruciati. Non è quello il passo. Si trova più a sinistra, ed è costituito da un intaglio appena distinguibile su una più modesta depressione, riconoscibile per la grande e liscia placca giallastra sottostante. Se poi queste indicazioni non bastassero a capire qual è la meta, poco male: con un po’ di pazienza, seguendo i segnavia ed alcuni grandi ometti, ci si arriverà. Dopo quasi un’ora di traversata, eccoci, infine, alla base del passo: un grande cerchio bianco contornato di rosso ci segnala che inizia un tratto esposto e potenzialmente pericoloso. L’ultimo tratto della salita, infatti, sfrutta una cengia a ridosso del fianco roccioso di destra del versante (le corde fisse assistono questo passaggio), poi uno stretto e ripido corridoio erboso (anche qui le corde fisse sono di grande aiuto), ed infine un’ultima brevissima cengia (sempre corde fisse), che ci porta non direttamente all’intaglio del passo, ma ad uno stretto corridoio che lo precede. Ora vediamo l’intaglio, alla nostra sinistra (su una placca rocciosa sono assicurate la targa gialla del
Sentiero Life ed una scatola metallica), ma dobbiamo prestare attenzione anche nell’ultimo passaggino, per evitare di cadere in un singolare buco che si spalanca, improvviso, alla nostra sinistra, sotto un grande masso.
Eccoci, infine, ai 2700 metri del passo del Calvo, che spalanca, improvvisa e sublime, di fronte a noi, l’intera compagine delle cime del gruppo del Masino e del Monte Disgrazia ("desgràzia"). La discesa in Val Ligoncio ed al rifugio Omio avviene sfruttando una cengia esposta ed attrezzata (attenzione, quindi).
Ma torniamo nel cuore della Valle di Spluga. È necessario ora completare l’esposizione del principale itinerario escursionistico con l’aggiunta di tre varianti principali, cui si è già accennato nella relazione. La prima ha come meta Cerviso. Torniamo, quindi, a Ceresolo. Cerchiamo sulla destra (per chi sale), alle spalle di una delle prime baite, la mulattiera, segnalata da bolli color arancio, che I pizzi Torrone visti da Cerviso. Foto M. Dei Casrisale, sempre ben visibile, il largo e selvaggio vallone posto a nord-est di Ceresolo. E’, questa, una montagna che incute timore: la sua asprezza sembra non regalare nessuna lusinga all’escursionista che vi si addentri, soprattutto nelle stagioni autunnale, invernale e primaverile.
Il sentiero sale ripido fino alla parte alta del vallone, dove questo va restringendosi, fino a raggiungere le baite di Cerviso bassa, poste, a quota 1381,sul largo crinale che separa la valle di Spluga dal solco principale della Val Masino. Procediamo, quindi, piegando a sinistra: raggiungiamo, così, le baite, lasciando alla nostra destra una fascia di massi che scende da una formazione rocciosa dall’aspetto arcano e suggestivo. Qui troviamo il sentiero che prosegue nella salita, aggirando a sinistra la fascia di rocce e guadagnando i 1480 metri delle baite di Cerviso alta, poste al limite inferiore di un ampio prato.
La solitudine di questi luoghi ha qualcosa di inquietante e, insieme, di affascinante. Possiamo proseguire ancora: sul limite superiore del prato il sentierino, infatti, riparte, salendo lungo il crinale di un dosso che va restringendosi, finché, intorno a quota 1700, si riduce ad una stretta fascia di rocce. Il sentiero prosegue sul fianco destro del crinale, e, superata una bocchettina, conduce all’alpe Cavislone ("cavislùn"), sul versante settentrionale della Valle di Spluga: è però sconsigliabile cercare di effettuare la traversata, perché se si perde la traccia di sentiero, si rischia di perdersi in luoghi fra i più aspri e dirupati della Val Masino. Possiamo, quindi, considerarci paghi di questa bella escursione che, in tre ore circa (superati circa 1000 metri di dislivello), da Cevo ci ha portato ad La seconda casera di Cavislone. Foto M. Dei Casun incontro con la montagna meno nota, ma non meno affascinante.
Esaminiamo, ora, la seconda variante, che ha come meta la Bocchetta della Merdarola ("pas do cavislùn") e parte dalla quota di circa 1900 metri (segnalata solo da un ometto: non ci sono segnavia), poco al di sotto della più bassa delle casere di Spluga, cioè poco prima che il sentiero per l’alta valle esca dall’ultima fascia di bosco. Al casello diroccato già menzionato si prende a destra, cercando, sul limite del bosco, la partenza del sentiero che sale gradualmente nel bosco, per poi uscirne poco sotto la casera di Cavislone ("cavislùn", m. 1987), nella valle omonima, laterale di nord-est della valle di Spluga.
Qui la solitudine la fa veramente da padrone: ben difficilmente, infatti, troveremo anima viva. Proseguiamo la salita, su traccia di sentiero, o a vista: appena oltre il bordo del dosso successivo, troviamo una seconda e più grande casera, posta a quota 2148, a nord della prima. Dobbiamo, ora, sormontare un secondo dosso, procedendo, sempre su labile traccia o a vista, sempre in direzione nord, rimanendo sul margine di una fascia di massi che resta alla nostra destra. Non è l’unico percorso possibile: la carta IGM ne segnala uno che aggira la medesima fascia sul lato opposto. Rimanendo alla sua sinistra, comunque, giungiamo in vista di un evidente panettone erboso, la quota 2278, e risaliamo il suo fianco sinistro (occidentale), giungendo alle spalle della sua cima arrotondata, sormontata da un grande ometto. La meta è la Bocchetta della Merdarola ("pas do cavislùn"): si tratta di una depressione poco marcata sulla costiera Cavislone-Merdarola, facilmente riconoscibile, però, perché è l’unico punto della costiera raggiunto da una lingua erbosa.
La bocchetta della Merdarola. Foto M. Dei CasProseguiamo prendendo leggermente a destra ed attraversando il lembo orientale (sinistro) di un’ampia fascia di massi, per poi riguadagnare il terreno erboso e lasciare il corpo principale della fascia alla nostra destra. Un ulteriore strappo ci porta a guadagnare la sommità di uno sperone roccioso, ben visibile già dalla quota 2278. Qui giunti, ci troviamo, ad una quota di 2380 metri, proprio ai piedi della larga fascia di pascoli che, salendo, si restringe fino alla porta della bocchetta.
Gli scenari che abbiamo attraversato ci hanno già regalato ampie emozioni, ma il panorama che si apre ora dai 2515 metri di questa stupenda porta ci lascia senza fiato: dalla bocchetta si apre un ampio scorcio della sezione orientale del gruppo del Masino. Distinguiamo, da sinistra, il pizzo Ligoncio, la punta della Sfinge, i pizzi dell’Oro, la cima del Barbacan (sciöma dò barbacàn) (o Barbacane, da un termine di origine persiana che significa "balcone"), le cime d’Averta (dal dialettale "avert", cioè aperto), il pizzo Porcellizzo (sciöma dò porsceléc’), la punta Torelli ed i pizzi Badile e Cengalo (dal latino "cingulum", da cui anche "seng" e "cengia", stretto risalto di roccia). Siamo in cammino da circa 5-6 ore ed abbiamo superato un dislivello approssimativo in salita di 1850 metri.
Se abbiamo due giorni a disposizione, possiamo completare l’escursione effettuando un’elegantissima traversata al rifugio Omio per la Valle della Merdarola e la bocchetta di Medaccio (da "meda", mucchio, quindi monte, in forma dispregiativa). La discesa dalla Bocchetta della Merdarola all’alta valle omonima avviene sfruttando il corridoio naturale che si apre su questa versante fra il fianco della costiera della Merdarola ed uno sperone roccioso Il gruppo del Masino visto dalla bocchetta della Merdarola. Foto M. Dei Casparallelo. Si tratta di un canalone un po’ ripido ed occupato da sfasciumi: si impone, quindi, una grande attenzione, anche se non ci sono passaggi esposti: l’unico pericolo, peraltro da non sottovalutare, è costituito dai sassi mobili.
Raggiunta un’ampia fascia di massi ai piedi della bocchetta, proseguiamo la discesa a vista (non ci sono segnavia, come già detto, né sull’uno né sull’altro versante), assumendo una direttrice iniziale nord-nord-est, poi nord: ben presto giungiamo in vista di una casera, che dobbiamo raggiungere proseguendo a vista. È la baita intermedia di tre baite poste in diagonale nell’alta Valle della Merdarola ("val da merdaröla"), ed è posta a quota 1942 m. Qui troviamo un sentiero, segnalato da segnavia rosso-bianco-rossi: seguendolo in direzione della terza e più alta baita, ci portiamo nei pressi dell’evidente depressione della bocchetta di Medaccio, che separa la Valle della Merdarola dalla val Ligoncio.
Superata una fascia di massi, possiamo calarci nel canalone della bocchetta, posta a quota 2303, con qualche cautela, ma senza grossi problemi. Il resto della traversata al rifugio Omio, che vediamo già davanti a noi, è dettato dai segnavia, che non dobbiamo mai perdere di vista. La traversata Cevo-Omio richiede circa 9 ore di cammino, necessarie per superare un dislivello complessivo di 2050 metri.
Ecco, infine, la terza variante, che passa per il passo del Colino orientale. Imboccato il sentiero per il passo di Primalpia (etimologicamente, la prima fra le alpi, l’alpe per eccellenza), La salita al passo del Colino orientale. Foto M. Dei Casoltre il lago superiore di Spluga, continuiamo a seguire i segnavia rosso-bianco-rossi, senza deviare a destra per il passo. Proseguiamo, quindi, non verso ovest, ma verso sud-est, per aggirare lo sperone roccioso che dalla cima del Desenigo scende in direzione est. Risalito un breve versante che costituisce la propaggine dello sperone, ci ritroviamo nella parte alta di un’ampia conca. Sempre seguendo i segnavia ed una labile traccia di sentiero, effettuiamo la traversata della conca, oltrepassando un largo vallone, per poi cominciare a piegare a destra, per balze di roccette e pascoli.
Descritto un ampio semicerchio, ci troviamo ai piedi del passo senza nome di quota 2414, che dà accesso all’alta Val Toate, sul limite orientale della Costiera dei Cech: potremmo chiamarlo passo del Colino orientale. È, infatti, posto di fronte al più alto passo denominato passo del Colino (m. 2630), collocato sul versante opposto (occidentale) dell’alta Val Toate. Si tratta di una porta d’accesso alla Valle dei Ratti.
Chi volesse effettuare una traversata dall’un passo all’altro, tenga presente che l’itinerario passa per un’ampio e singolare pianoro ai piedi del conoide che scende dal passo più alto: la piana, che da qui non si vede, ospita due singolari monoliti, curiosi e suggestivi. Fra essa ed il passo di Colino est, infine, si frappone un crinale che può essere valicato con un po’ di attenzione, oppure, con tragitto più lungo, aggirato ai piedi. La Valle di Spluga vista dal sentiero per il passo del Colino orientale. Foto M. Dei CasDal passo di Colino occidentale si può scendere all’alpe Primalpia ed al bivacco omonimo, in Valle dei Ratti, oppure rientrare, scendendo per un ampio vallone e risalendo sulla sinistra, nella Costiera dei Cech per il passo di Visogno, a monte del bivacco Bottani Cornaggia, che si raggiunge poi facilmente seguendo i segnavia.
Noi, però, raccontiamo come concludere una possibile escursione di un giorno. Dal passo di Colino orientale, che abbiamo raggiunto in circa 5 ore e mezza di cammino da Cevo (il dislivello è di 1750 metri), scendiamo, seguendo i segnavia, nell’alta Val Toate: dopo un primo tratto in cui si distingue una traccia di sentiero, fino ai piedi del passo, la traccia tende a perdersi. Pieghiamo allora a sinistra, superiamo una fascia di massi, poi seguiamo un ampio dosso erboso, traversando, infine, verso destra, fino a raggiungere l’unica baita dell’alta valle, la baita Colino, a 1937 metri. La successiva discesa all’alpe Pecc (m. 1613) ed al maggengo di Ledino (m. 1232) avviene su un comodo sentiero segnalato. A Ledino troviamo, infine, una pista che conduce a Poira, dove parte la strada asfaltata per Roncaglia e Caspano. Da Caspano, per la strada di Valportola, si torna, infine, a Cevo dopo circa 10 ore di cammino.

Cevo. Foto di M. Dei Cas

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Citazione

Valle di Spluga, all’ingresso della Val Masino